Il baco e la formica

Oh, delusions
Are meant to justify, justify the things you do
Oh, delusions
Never really qualified, qualified as an excuse

                Dredg, Pariah

L’orrenda strage norvegese compiuta, così dicono i giornali, da un “fondamentalista cristiano” (o quel che è), con i tutti i suoi risvolti, mi fa venire in mente diverse cose. Di alcune di esse son sempre stato fermamente convinto, anche perché mi paiono tutto sommato abbastanza ovvie: per esempio che (almeno) ai comuni cittadini dovrebbe essere limitato il più possibile l’accesso alle armi da fuoco. Mesi fa presi una discussione con un conoscente il quale, di fronte a questa mia convinzione, ribatteva che secondo lui se uno vuole uccidere qualcun altro può farlo anche con un coltello. Quindi, sempre secondo lui, impedire che la gente giri per strada con una pistola o un fucile non risolve nessun tipo di problema. Purtroppo stragi come quella di Utoya – o come altre avvenute in passato soprattutto negli Stati Uniti – dimostrano chiaramente il contrario. La possibilità di uccidere a distanza, propria delle armi da fuoco, è ovviamente decisiva sul numero di morti che un singolo può causare in breve tempo. Leggo proprio adesso che il folle norvegese fosse in possesso di armi regolarmente registrate.

Questa vicenda mi ha fatto inoltre ripensare ad alcune pagine scritte da Dawkins, in special modo quelle in cui racconta la storia di alcuni fondamentalisti cristiani che uccisero un dottore in quanto colpevole di aver effettuato aborti. Dietro a gesti simili – in cui si ammazza per un’idea – c’è sicuramente una buona dose di follia (qualunque cosa voglia la parola voglia dire), ma il fatto che la strage avvenuta in Norvegia fosse stata pianificata con largo anticipo non può non far concludere che sia stata causata anche e soprattutto da motivazioni profonde di matrice ideologica.

Le ideologie sono per i cervelli semplici quanto di più comodo essi possano trovare in circolazione: spiegano tutto, hanno risposte pronte, propongono modelli internamente coerenti e hanno obiettivi dipinti con i più affascinanti e falsi dei colori. Purtroppo le ideologie (comunismo, fascismo, razzismo, marxismo, complottismo e religioni organizzate varie) sono stupide proprio perché forniscono un modello della realtà che non è congruente con quello che è il mondo là fuori al giorno d’oggi. Talvolta tale discrepanza può essere vissuta in maniera dolorosa. Il rendersi conto della distanza tra l’ideologia e la vera realtà – due concetti che non finiranno mai per coincidere – può nelle menti più deboli suscitare infatti una frustrazione tale da spingere ai gesti più estremi e pericolosi. Le folli azioni nascono nel momento in cui il soggetto si rende conto che per la realizzazione dell’utopia (si noti l’ossimoro), il Dio onnipotente, tutto è tranquillamente sacrificabile. Compresi gli altri individui. Compreso te stesso.

La vita – l’unica cosa di cui si è davvero certi – non conta nulla. C’è un qualche paradiso da conquistare. O degli altissimi ideali da perseguire. Costi quel che costi.

(e qui non posso non ricordare The pariah, the parrot, the delusion dei Dredg: to sacrifice oneself never made sense to me/ Cause life is really the only and last gift we’ve all received/ Some will waste it in the name of something you can’t see/ Continually defeat the purpose of that something creating).

Altra cosa a cui questo fatto di cronaca mi ha fatto pensare, quest’esemplare lezione di Dennett:

http://ted.com/talks/view/id/116

(se ne parla anche in questo articolo)

That’s what happens, when you compromise your art/heart

That’s what happens, when you compromise your art/heart. Non lo cantavo io, che ho una visione dell’arte tutto sommato disincantata. Lo cantavano loro.

Loro, che avevano realizzato un disco straordinario, fresco e multiforme: El Cielo. Lavoro di classe e pieno di sorprese, capace di catapultarli nell’olimpo della poche band con qualcosa da dire.

Loro, gli autori di quel gioiello melodico – per chi scrive, uno dei vertici musicali degli ultimi 10 anni – di Catch without arms (un disco che sa di primavera londinese).

Loro, che avevano dato alle stampe The Pariah, The Parrot, The Delusion, lucido e tutto sommato più che buono manifesto d’agnosticismo, con pezzi sottovalutati come I don’t know e Quotes.

Loro, i Dredg.

Fa (un po’) male dover constatare che il loro nuovo album, Chuckles & Mister Squeezy, è di incredibile bruttezza.

Pigro, sfacciatamente melodico, sfacciatamente mainstream, quest’album è una delusione su tutta la linea, di una tristezza che lascia esterrefatti. Ma davvero. Non ci si crede che abbiano pubblicato una cosa tanto pacchiana, che non si siano resi conto che fosse tanto superficiale, banale, priva di mordente. E il bello – bello? – è che lo si capisce fin da subito, che questo è un lavoro pessimo. Fin dal primissimo ascolto. La prima impressione è quella che conta, soprattutto stavolta: gli ascolti successivi non faranno che confermarla, e confermarla e, porca puttana, confermarla.

I Dredg superpop, facili, noiosi. Non viene voglia neanche di altre sprecar parole, di entrare nel dettaglio. Forse c’era da aspettarselo, forse no. In ogni caso, questo sarà il primo lavoro dei californiani che – statene certi – non acquisterò. That’s what happens… già già, come no.