Endkadenz etc etc

Ho riletto Vonnegut, i lavori migliori, e ci son rimasto di nuovo stecchito. Il suo sguardo bambino sul mondo, l’invincibile meraviglia. La leggerezza con cui ti spiattella le peggiori atrocità. L’intelligenza ineguagliabile di ogni suo periodo. La chirurgica precisione di ogni singola parola. Il distacco dalle vicende umane – crociate di infanti – che le rende ancora più degne di compassione. Il suo chiosare laconico e lucido e disperato. Poco da fare. A distanza di anni rimane un grandissimo.

Ho visto Non lasciarmi, film che – mettiamola così –  non è proprio un trionfo di endorfine. Opera più che discreta. Difficile accennare alla trama senza spoilerare. Le tag che userei sono: fantascienza, distopia, disperazione totalissima, clonazione, ammmore.

Ho visto un paio di puntate della serie TV Black Mirror. Wikipedia dice che: “La serie ha un cast e una trama diversa per ogni episodio, pur mantenendo un tema comune: l’incedere ed il progredire della tecnologia, l’assuefazione da essa causata ed i suoi effetti.” La prima su cui ho piazzato gli occhi, Vota Waldo, è notevole come intuizione – e uccide senza pietà il continuo ciarlare dell’antipolitica – ma non come realizzazione. Regia pigrissima. La seconda, White Christmas, è invece un gioiellino sotto più punti di vista, con diverse trovate niente male (a esempio: il traslare all’interno di situazioni reali comportamenti e azioni tipiche dell’interagire via social network). Alcuni suoi momenti mi hanno rimandato alle provocazioni di Derek Parfit.

E tra una cosa e l’altra sto pure sentendo il nuovo disco dei Verdena, Endkadenz Vol.1. Non che sia mai stato un loro grande fan, non che abbiano rappresentato nella mia vita qualcosa in più di un nome udito di tanto in tanto (Stasera suonano i Verdena!, Mi piacciono alcuni gruppi italiani tra cui i Verdena, Ma quanto mi fanno schifo i Verdena, Non posso uscire con te se non apprezzi i Verdena), ma questo – lo ammetto – lo trovo belloccio. Sarà che nel panorama contemporaneo dell’italica musica, spesso pretenziosa e innocua, basta poco per emergere. Sarà questo. Non so. Però Endkadenz ha suoni dei Motorpsycho di mezzo, una sua complessità, melodie che a volte sembrano pescare – uccidetemi – dal prog italiano anni ’70 e da (sì) Battisti, curatissime gemme lo-fi, comparsate pop, variazioni ritmiche bizzarre un po’ Sufjan Stevens (quello di Age of Adz), distorsioni esplosive, desolate ballad alla fine del mondo e qualche neanche troppo retorico romanticismo piantato qua e là. Son rimasto – oddio – sorpreso. Non mi aspettavo tanto spessore e tanta chiarezza di idee. Bravi.

Locke

Continuo imperterrito col tentativo di mettermi in pari con tutti quei film che sono stati giudicati tra i migliori nel 2014. Stavolta tocca a Locke di Steven Knight, pellicola sperimentale girata quasi esclusivamente – se si eccettuano alcune riprese della vettura effettuate dall’esterno e poco altro – all’interno di un’auto. Il film racconta un’ora e mezza della vita di tale Ivan Locke, persona integerrima, seria, coerente e probabilmente un po’ pallosa che quella sera esce dal lavoro, sale in auto e vede la propria vita deragliare a tempo di record. Il tutto viene spiegato allo spettatore attraverso l’infinito numero di telefonate che Locke effettua e riceve in questo lasso di tempo proprio mentre si trova alla guida, diretto non a casa – come avrebbe fatto ogni altro comune giorno – ma verso il luogo dove si trovano le conseguenze tangibili dell’unico errore che abbia commesso nella sua esistenza regolarissima. Tutt’altro che un capolavoro, si fa guardare senza annoiare né spingere alla bestemmia. Bravissimo lui, l’unico attore presente, Tom Hardy.

Il capitale umano & Smetto quando voglio

Qualche veloce considerazione anche su un paio di film visti più di recente. Entrambi italiani: il cinema italiano degli ultimi anni è spesso criticato e snobbato, non a torto. Incapace di staccarsi – come in un certo senso succede anche alla nostra musica – da un certo provincialismo, dall’attrazione per la nostalgia e dalla mitizzazione delle tematiche adolescenziali, in cui la tanto agognata leggerezza finisce per mutarsi inevitabilmente in furbetta superficialità, finisce il più delle volte per realizzare prodotti dilettantistici adatti ad un pubblico educato ad apprezzare solo quel genere di cose. In un circolo vizioso che non fa che impoverirlo. Forse, però, vedo segni di riscossa. Dopo la grandeur e l’ambizione dell’ottimo La grande bellezza (la cui cura delle immagini e il cui lavoro in fase di regia sono di caratura internazionale), mi sono visto due dei lavori più applauditi del 2014. E mi sono piaciuti entrambi.

Il primo è Smetto quando voglio di Sydney Sibilia: commedia (forse) che parte (anche qui) da temi tipicamente italici – i ricercatori italiani non valorizzati a dovere – per poi lanciarsi in una sorta di tragicomica e personalissima rincorsa a vicende tipicamente breakingbadiane, con i migliori cervelli della Capitale che si dedicano alla sintesi e allo spaccio di sostanze stupefacenti. Scorre fluidissimo, è divertente e non ha intenti moraleggianti. Promosso.

Il secondo è Il capitale umano di Paolo Virzì ed è – l’ho visto ieri sera e forse non sono in grado di darne ancora una valutazione spassionata e oggettiva – probabilmente una cosa che si avvicina tantissimo al capolavoro. Al contrario di tanti altri film italiani, l’ho trovato per certi versi imponente, autoritario. Merito della regia, priva di preziosismi fini a se stessi ma sempre estremamente vigile, e di una sceneggiatura calibratissima, scritta con rara intelligenza, che racconta la vicenda da più punti di vista senza tentennamento alcuno. Ma di cosa parla? Perché non ci dici mai di cosa parlano? Perché alla fine, come sempre, ciò non è neanche troppo importante. Le tematiche infatti sono quelle classiche, universali, su cui non si smette mai di scrivere: il potere, l’ambizione, il caso, l’amore, la morte, i soldi, i patetici esseri umani. Ed è come sono miscelate assieme che qualche rara volta fa davvero la differenza. Ed è questo il caso. Il capitale umano sembra un film del Woody Allen degli ultimi dieci anni, se non che – lo dico da amante del newyorkese – il lavoro di Virzì è forse superiore a quasi tutta l’odierna produzione alleniana. Almeno per compattezza, almeno per nettezza di idea, almeno per concisione nella messa in scena. Stesso cinismo, poi, stessa voglia di deridere le velleità umane, stessa voglia di sottolineare come sia il caso – e non la volontà, come ci piace raccontarci, come ci ricordano le fastidiose frasette motivazionali che gli amici incollano su Facebook – a maneggiare gran parte delle nostre vicende. Amarissimo e amabile: lo rivedrò appena posso.