Letture di agosto/settembre

(Grown man cry di Amanda Palmer, dal nuovo disco Theatre is evil)

Periodo di recupero classici. Da agosto a oggi ne ho letti diversi e, al momento, ne sto portando avanti un paio (Madame Bovary e – ok, non è classicamente un classico – Sessanta racconti di Buzzati). Qualche brevissimo commento. Su loro e su altro.

Non sparate sulla scienza, di Robin Dunbar. Saggio sull’importanza dell’insegnamento delle materie scientifiche a scuola, ma non solo. E’ anche una leggibilissima introduzione all’epistemologia e al metodo scientifico. Piuttosto interessante, con parecchie piacevoli divagazioni.

The Great Gatsby, di Francis Scott Fitzgerald (letto in lingua originale). Schietto, essenziale, incisivo nella sua leggerezza. La scrittura come dev’essere – niente di più, niente di meno. La scrittura. Ho letto questo bell’articolo di Richard Yates solo a posteriori. E’ lo stesso articolo che – sommato alle citazioni di Pennac (vedi sotto) – mi ha spinto a prendere in mano Madame Bovary. I libri e gli scrittori parlano essenzialmente di libri e di scrittori. Chi l’aveva detto?

La caduta, di Albert Camus. Torrenziale, frenetico, sicuramente coinvolgente. L’avevo cominciato anni fa per poi abbandonarlo dopo poche pagine, annoiato e forse – chi ricorda? – deluso. L’ho ripreso quest’estate e l’ho terminato in un paio di estenuanti pomeriggi al mare, su una spiaggia sassosa e ipertatuata a sud di Livorno. Troppo sole e pagine scollate, ovvio.

Gita al faro, di Virginia Woolf. Proustiano, inconcepibilmente psicologico, denota la notevole sensibilità della Woolf, che avevo incontrato per la prima volta (se escludiamo certi racconti di Augias o certi vani tentativi della professoressa d’inglese al liceo) con il più semplice, eppure stupendo, Mrs Dalloway. Il semi-autobiografico Gita al faro è ambizioso, complicato, tempo-dilatatore e per lo più ambientato all’interno delle menti dei personaggi. Succede quasi tutto lì (ma non è sempre così?). Si tratta di una lettura impegnativa – la Woolf pretende molto dal lettore – ma non priva di soddisfazioni. Come tutti i più grandi romanzi porta, spinge, costringe a pensare alla vita, alla morte e – ovvio – alla teoria della mente.

Firenze da piccola, di Elena Stancanelli. Preso al volo in una libreria a Firenze, speravo parlasse maggiormente della città, dei suoi angoli sconosciuti, dei misteri e bla bla. E, invece, si tratta di un libercolo quasi esclusivamente autobiografico. Con qualche spunto interessante, va detto: vedi ad esempio la storia sul Cimitero degli Inglesi.

Vizi e virtù della memoriadi Cesare Cornoldi, Rossana De Bendi. Saggio sulle capacità mnemoniche della mente umana, sugli inganni e sulle potenzialità. Sintetizza in maniera assai semplice – anche troppo – diversi studi effettuati nel corso degli ultimi decenni. Utile solo per chi non ha la minima idea di come la mente ricostruisca ogni singolo ricordo. Ehi, ragazzi, sappiate che è una gran truffa.

Memoria delle mie puttane tristi, di Gabriel Garcia Marquez. Letto in un pomeriggio domenicale, questo recente lavoro di Marquez scivola via senza lasciar niente dietro di sé. In più punti mi ha ricordato Un amore di Buzzati.

Come un romanzo, di Daniel Pennac. I libri parlano di libri (e due). Tale lieve, onesto e famosissimo trattato sulla passione per la lettura e sul diritto alla stessa, non può che confermarlo. Si legge bene, Pennac è tutto strizzatine d’occhi, e ogni tanto strappa pure qualche sorriso. Niente di fondamentale, comunque, in my humble opinion.

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The autumn songs (ovvero, come imparai a non preoccuparmi e ad amare le zanzare)

Qualche sera fa ero a Firenze, seduto al tavolino di un bar lungo fiume, e buttavo giù una birra chiara e troppo leggera mentre sfogliavo un paio di libri appena acquistati. Tirava una brezza fresca che spargeva un intenso odor d’alga marcia d’Arno. Eppure, ancora miliardi di insetti. Ovunque. Laggiù sotto, a pochi metri dalle acque, solo pochi ragazzini a farsi le canne. Al bar, una manciata di clienti. Sussurri e aria di smobilitazione. Notte ufficiale di fine estate, poche storie.

Il dj del locale passava dell’ottima e per me sconosciuta musica brasiliana, non troppo ballabile per esser definita tale, imbrattata d’elettronica e tutto sommato piacevole. Stavo leggendo le prime pagine di La mala ora di Marquez (peggior libro letto dell’autore colombiano) e trovavo che il sottofondo sonoro fosse non solo appropriato al calore sudamericano della storia, ma anche grandioso in sé, sorprendentemente coinvolgente e vivo. Anni fa non avrei avuto l’orecchio giusto per apprezzarlo.


Dopo quella sera le giornate hanno portato un po’ di rigenerante fresco, la pioggia, i finestrini dell’auto chiusi e le felpe sopra le magliette. Hanno portato, anche, la voglia di musica nuova. Mi succede sempre.

Un paio d’anni fa in questo periodo ho perso la testa per un album sconosciuto, semplice eppure magnetico. Parlo di Handwriting di Khonnor, un diciassettenne americano che, armato di chitarra, computer e microfono sgangherato, ha tirato fuori nel 2004 un lavoro minimale basato su una collezione di istantanee che sono ottimo compromesso di smania creativa e sobrietà (qui la recensione di Ondarock, qui una testimonianza YouTube). Si può far il medesimo discorso fatto in precedenza: tanto tempo addietro avrei senza mezzi termini schifato questa roba (ma intanto il tempo se ne va e come si cambia per non morir). L’averla in seguito apprezzata mi ha fatto abbracciare un mondo del tutto nuovo, agli antipodi rispetto al caldo sudore della musica ascoltata sulle rive dell’Arno. Una novità ugualmente eccitante. In questo nuovissimo universo sonoro, passo dopo passo sono arrivato a interessarmi a materiale assai eterogeneo come Fennesz, Epic45, Burial e, ancora più lontano, Autechre.

Come atmosfere non troppo distanti da Khonnor, di cui forse sono stati anche ispiratori, si trovano i Bark Psychosis di Hex, disco del 1994 che ho scoperto di recente. L’autunno è, dio bono, cominciato ed Hex si candida ad essere, a meno di clamorosi colpi di scena, il disco che accompagnerà il mio mesto ritorno ai pantaloni lunghi. Letargico, notturno e inevitabilmente cittadino – la città di eco lontani, taxi e persone solitarie delle cinque di notte – , il più famoso lavoro dei Bark Psychosis mi ricorda le sinfonie tristi di certi Anathema e Ulver. Questo nonostante si dimostri musicalmente meno etichettabile, andando a pescare elementi in più territori, dall’ambient all’elettronica, dai Joy Division al (poco) jazz, dalla psichedelia al folk malinconico di certi autori inglesi. Strumenti a fiato, piano, basso fretless, angoscianti arpeggi di chitarra e una voce cupa, sussurrata e perfetta compagna per le lunghe sessioni di lettura notturne: sono queste le caratteristiche di un disco che, e cerco di trattenere l’adolescenziale esaltazione, di sicuro non mi lascia indifferente. Per tutti, ma non per molti (pochi la capiranno).

Trent’anni di Gabito.

Vivere per raccontarla - Marquez 

Gabriel Garcia Marquez. Solo il nome è stimolo per la rappresentazione mentale di un universo remoto caldo afoso, creolo, mulatto, vivo, macchiato di brevi pioggerelle caraibiche, con palme, delta di fiumi onnipotenti, passioni febbrili, banane fritte e nomi personali tanto suggestivi quanto dispersivi e soggetti all’oblio. Gabriel Garcia Marquez, Gabito, un bambino timido tirato su nella casa magica di nonni speciali che lo segneranno per tutta la vita. Gabito, Gabo. Un maestro della letteratura del ‘900, l’autore del tracimante Cent’anni di solitudine e di vari altri colpi da campione, tra i quali vanno segnalati i già notissimi L’amore ai tempi del colera e Cronaca di una morta annunciata. Marquez, basta il nome. E no, non c’entra niente il centrale difensivo del Barcellona.

Vivere per raccontarla dovrebbe essere la prima parte dell’autobiografia che il Marquez settantenne ha deciso di consegnare al mondo. E’ bene dirlo subito: si tratta di una vera e propria raccolta di gioielli aneddotici per tutti gli amanti dello scrittore colombiano, i quali dai suoi ricordi confusi e ricoperti da un’epica polvere sapranno giungere alla magia tutta carnale dei libri. Imperdibile per chi ha letto Cent’anni di solitudine quelle tre o quattro volte.

I primi trent’anni di Marquez sono frenetici, palpitanti di avvenimenti. Il piccolo Gabriel cresce prima con i nonni e poi con i genitori e i suoi dieci fratelli, e viene più volte sballottato qua e là per le diverse città della Colombia. Un’esistenza che è un continuo trasloco, un continuo ambientamento, un perpetuo rimettersi in gioco, cercando un duraturo equilibrio tra povertà e sufficiente benessere. Tre le passioni: la musica, il disegno e, più di tutto, i libri. Divenuto adolescente, ormai capace di vivere da solo, Gabo si immerge in una mare di stimoli nel quale non smetterà più di nuotare. Ambienti fecondi, decine di amici speciali. Pur rasentando spesso e volentieri la più bieca miseria e con l’unico obiettivo di diventare scrittore, passa il proprio tempo tra una scuola mai troppo amata, bordelli, lunghe notti innaffiate di rum a parlare di libri e letteratura con gli amici, sbronze nei locali più malfamati, scassate redazioni giornalistiche e progetti di romanzi che sembrano non completarsi mai. Le persone lo chiamano “genio” senza che in realtà ancora abbia realizzato niente di grande, niente di sconvolgente. Sullo sfondo, lontana, la donna alla quale si è promesso a tredici anni, Mercedes, che avrebbe poi sposato in futuro. E, più vicina e dolorosa, una guerra civile cronica che sembra non voler mai tirare le cuoia una volta per tutte e che tocca il suo momento più spaventoso nella notte surreale di una Bogotà incendiata, le cui strade si colmano in poche ore di cadaveri. Le varie repressioni, le stragi compiute dalle Forze Armate, sono per lo più taciute e insabbiate dal governo conservatore colombiano, il quale usa l’arma della censura anche dentro la redazione in cui lavora Marquez stesso. L’apolitico Gabriel comincia a prendere posizione solo allora, davanti alla macchina da scrivere dei suoi primi articoli.

Vivere per raccontarla sembra un po’ il romanzo dei romanzi di Marquez. Ogni suo libro trova un perché in questa prima parte della sua autobiografia, che è un malinconico sguardo in un passato forse trasfigurato, forse idealizzato, forse reso ancor più mitico dal suo essere remoto. Un po’ come tutti i passati.

(Nota a margine: interessato da questo continuo contrasto tra censura e voglia di raccontare la realtà delle cose, un classico della storia del giornalismo che ha incrociato anche la vita dello scrittore colombiano, l’altra sera mi son visto il bel Good Night, Good Luck, di e con il ganzissimo George Clooney. Un film consigliato che parla di vicende più o meno contemporanee e simili a quelle di Marquez: anche qui, come in Colombia e come in chissà quanti altri stati e tempi, c’è un potere (rappresentato dal maccartismo del senatore McCarthy) che cerca di imbrigliare la stampa libera. Il film è in un caldo bianco e nero, è snello, sobrio, diretto e concreto. Non solo didattico, anche appassionante.)