Queensryche – Speciale Videomusic 1995

Ce l’ho fatta.

Lo registrai su VHS nel lontano 1995. Per anni e anni mi sono dimenticato di lui. Oggi, finalmente, sono riuscito a portarlo in digitale. Ed è stato più complicato di quel che pensassi.

Si tratta di uno speciale che Videomusic fece sui Queensryche qualche mese dopo l’uscita di Promised Land (disco sul quale qui dentro s’è parlato parecchio). Un documento a suo modo storico. Enjoy:

Musica, musica… e il nuovo Queensryche

Tra gli ascolti più interessanti che ho fatto nelle ultime settimane ci sono:

The National di High Violet. Fa parte di quei dischi che hai lì da eoni e sai che non considererai mai più nemmeno di striscio. Perché i primi ascolti, no, non ti hanno convinto. Poi capita il giorno, l’ora, il minuto giusto. Quel disco si fa riascoltare. Per caso, solo per caso, s’incastra meravigliosamente nella circostanza. E allora ne scopri la bellezza, e allora pensi che sì, quelli che te l’avevano consigliato avevano ragione da vendere. High Violet, coacervo di perle nostalgiche (dark, new wave, post punk, etc: tutta roba che di solito non mi fa impazzire), si ascolta che è un piacere. Non un disco rivoluzionario, ci mancherebbe, ma ce ne fossero.

James Blake, di James Blake. Lo chiamano dubstep, anche questo. Rispetto a Burial è molto più atmosferico e rarefatto ma anche meno eclatante. Purtuttavia, l’atmosfera-urbana-alle-5-del-mattino-dopo-abuso-di-ecstasy-e-alcol-in-qualche-locale-non-proprio-elegante viene anche qui ricreata con buona maestria. E ogni tanto ci sta bene.

Age of adz, All delighted people e Illinoise, di Sufjan Stevens. Ripresi e riascoltati più volte. Grandi ed eterogenei lavori, capaci di regalare sorprese anche dopo diverso tempo (vedi la mia recente cotta per la dislessica e acida lunga improvvisazione di Djohariah).

Ukulele Songs, di Eddie Vedder. Non c’è la qualità e la capacità di sintesi che avevano reso il precedente Into the wild un piccolo gioiello acustico. Ma forse non è così noioso come m’era parso in un primo momento.

E poi già da diversi giorni sto ascoltando il nuovo Queensryche, Dedicated to chaos. Non starò a ripetere la solita litania sul fatto che i Queensryche non sono più i Queensryche da quando DeGarmo se n’è andato (cosa peraltro ovvia) né accennerò al fatto che la moglie di Tate – manager del gruppo, Yoko Ono degli anni 2000 – sta costringendo il marito e la band stessa a fare scelte piuttosto imbarazzanti e anche poco sensate dal punto di vista commerciale. Non affronterò questi temi perché ne parlano già in diversi sui vari forum dedicati al gruppo e già io in passato ho detto la mia proprio su questi schermi.

No, parlerò di musica.

Dedicated to chaos è una parziale delusione, e questo è certo. Ma non è così brutto come molti vi diranno. Non è così orrendo come molte recensioni vi faranno credere. Naturalmente è pessimo di fronte a Promised Land e a Operation:Mindcrime. Ciò è ovvio. Ma davvero qualcuno là fuori si aspettava che la band di Seattle potesse tirar fuori un disco su quei livelli? Suvvia, siamo seri.

Dedicated to chaos è una parziale delusione, ripeto, ma non è – per dire – neanche paragonabile all’ultimo disco dei Dredg – quello sì una schifezza immonda. Tant’è vero che se il lavoro dei Dredg è durato al massimo 4 o 5 ascolti, quello dei Queensryche è in loop già da una decina di giorni. Perché, nonostante tutto, presenta lo stesso qualche spunto interessante.

La produzione, innanzitutto. Sabato passato ho dovuto guidare per due ore buone (grazie mille, Prato, a te e alla tua funzionale viabilità), in solitaria, ed è stato un piacere ascoltare ad alto volume un disco che suonava così bene, anche nell’autoradio. Strumenti distinti, chitarre vigorose, suono di batteria incredibilmente dinamico, voce ben resa.

Poi, la sezione ritmica. Da tanto tempo non sentivo il duo Jackson/Rockenfield così in forma e così creativo.

E infine, la voce di Tate. Che Tate abbia perso quei tre o quattrocento livelli di profondità dai tempi di Promised Land è piuttosto evidente. Eppure qui recupera qualcosa, rispetto alle ultime uscite. E su pezzi come Big Noize – superba chiusura del disco – fa ancora la differenza.

E le note negative, vi chiederete? Un migliaio circa. Dai testi, spesso orrendi, alla forzatissima semplificazione del messaggio (titoli corti, canzoni che parlano d’amore o di sesso, nessun filo conduttore tra un brano e altro) fino ad arrivare, naturalmente, all’ispirazione non certo eccelsa che caratterizza gran parte delle canzoni – e qui si torna all’assenza di DeGarmo in fase di scrittura. Tutta roba che sì, ti dà parecchio da pensare. “Non sono più i Queensyche”: sì, lo so, grazie. Lo so.

Dedicated to chaos esce in due versioni, una da 12 brani e una da 16 (io ho ordinato quest’ultima per un bieco discorso quantitativo), ed è stato prodotto per essere acquistato (anche) canzone per canzone, il che rappresenta una sorta di reazione alla complessità e alla pesantezza concettuale del disco precedente, American Soldier (così come Empire lo era stato per Mindcrime e Hear in the now frontier lo era stato per Promised Land).

Un disco brutto? No. Ma forse un disco insufficiente. La verità è che su 16 brani ce ne sono almeno tre imbarazzanti (Around the world, Wot we do, Got it bad) e altrettanti almeno bruttini. Il resto va dal passabile al buono. Con qualche fulmineo – raro e prezioso – momento di ottima musica.

Dal momento che l’album è stato pensato come collezione di canzoni, come prodotto che può essere manipolato a piacere dal fruitore, io ho creato una mia personalissima tracklist, togliendo le parti più indecenti e cercando di farne un prodotto rock più compatto e credo migliore. Come sonorità siamo dalle parti di Hear in the now frontier e Q2k, ma qui la produzione è più ricca e sono inoltre presenti arrangiamenti più variegati e moderni. Nella tracklist ci infilo anche la sdolcinata Broken, la quale sconcerterà i più ma che alla lunga non mi dispiace.

1 – Get Started

2 – Hot Spot Junkie

3 – Higher

4 – Retail Therapy

5 – At the Edge

6 – Broken

7 – Drive

8 – Luvnu

9 – I Take You

10 – Lie

11 – Big Noize

Questo, credo, sarebbe un disco almeno discreto.

Sirens sing out loud – Geoff Tate parla di ‘Someone else?’

Da questa recente intervista – in cui si accenna anche al nuovo album, Geoff Tate su Someone else?:

Well, I think, you know, just growing up, life, going through things, ups and downs, tests to your integrity. You know, as a kid you kind of learn that things are kind of black and white. These are the rules, you follow the rules and this is what happens. But as you get older, you kind of see that life is really a lot of gray — it’s kind of open to interpretation. And “Someone Else” is a song about kind of realizing you’re at different plateaus in your life, different places, achievements, either personal achievement, spiritual achievement, whatever. You go through these rough times to get to this place, and then when you’re at that place, it’s probably a good idea to look around and appreciate where you are. It’s a song about that – being at that place that you’ve struggled to get to and realizing there’s so many more places to go, and to keep your curiosity alive and your interest in life, and just don’t give up on things or take the easy way out. Keep looking ahead and striving to get to that next rung on the ladder, wherever that may be for you.

[..] The song, we had first written it on piano, and then we decided, “Let’s try a band version.” So we got everybody included, and had guitars and bass and drums and everything in it. We recorded that and then we felt, “Oh, you know, the music’s too big, it needs to come back to the piano. It’s got a pretty strong lyric and we want to focus on that.” So we kind of stripped it all back to the original idea, which kind of goes to show you that most of the time, your original idea is the strongest one. (laughs)

Geoff Tate