Su e giù, qua e là.

Venerdì sera nell’immediato dopo-cena ero a Firenze in libreria. Stavo avviandomi verso le casse con “Imperium” di Kapuscinski in mano. Quel libro avrebbe continuato a tenermi ben saldo dentro il caotico universo dell’URSS in disgregazione, popoli spostati qua e là come pedine su una scacchiera, rivendicazioni d’indipendenza, derussificazioni varie: sarebbe stato un altro punto di vista – ancora più interno – su ciò che successe diciassette, diciotto anni fa. Poi mi son reso conto che era l’ora di cambiare rotta, che cominciavo a non averne più, che poteva bastare: proprio in zona Cesarini son tornato indietro, ho rimesso il  volume al suo posto (beh, almeno spero) e ho cercato altro. Ho preso “Un ragazzo” di Hornby. Il libro l’avevo letto dieci anni fa perché qualche buona anima me lo prestò, il film (“About a boy“) l’avrò visto quelle duecento volte. Sì, non so resistere alle commedie inglesi con Hugh Grant, quelle in cui lui fa più o meno sempre la stessa parte e che hanno più o meno tutte la stessa struttura narrativa. Mi piacciono molto. Ho preso l’edizione TEA a cinque euro solo perché volevo averlo, non credevo che mi sarei rimesso a leggerlo. E invece. L’ho cominciato con scetticismo, supponendo che non ci avrei trovato tutto ciò che ci trovai allora. E invece. Sorpresa. Non ci sono ancora rughe sul volto di quella storia.Tra gli usati qua e là ho preso “Pianeta a sorpresa” di John Brunner, Pocket Fantascienza, Edizione Longanesi, stampato nel 1975 (prima o poi leggerò anche il suo acclamatissimo “Tutti a zanzibar“, ma non lo trovo facilmente) e “Lolita” di Vladimir Nabokov (cristo, di nuovo un russo), Mondadori, stampato nel 1966,  se possibile reso ancora più celebre da Kubrick. E, non so neanche perché, mi son trovato in mano pure “Storia della filosofia greca” di De Crescenzo. Due euro. E’ che De Crescenzo m’è sempre rimasto simpatico, ecco.

Il tutto viene ottimamente condito dai due retroascolti del momento: “The soul cages“, Sting e “Selling England by the pound“, Genesis. Periodo SlowListening.

Spreading the disease.

(premessa: per chi non lo sapesse, il più bel disco metal della storia è senza alcuna discussione “Operation:mindcrime” dei Queensryche. Chi lo nega è un papista o, peggio, un papa boy. Si tratta di un album concept, in cui testi e musica si intrecciano all’infinito per raccontare una storia dalle atmosfere orwelliane. Religione, morale, politica, massmediologia, forte caratterizzazione psicologica dei personaggi: c’è di tutto, in “Mindcrime”. E altro ancora)

Operation:Livecrime. Un momento in particolare del video di “Operation:livecrime” (“Mindcrime” suonato per intero, live) mi ha sempre scosso più del dovuto. Da qualche anno non riguardo quella videocassetta che ho consumato durante l’adolescenza, ma son sicuro che se ora mi rimettessi a vedere la scena il risultato sarebbe pressoché lo stesso.

Ieri, United States of America. Siamo nel 1990. Se ne vanno i tempi di Reagan, arrivano quelli del primo Bush. Da Rocky e Rambo stiamo passando pian piano ai Nirvana e Internet. Nel video di “Livecrime”, durante la pausa centrale di “Spreading the disease”, si vede un Tate in forma smagliante sussurrare parole sul monotono tambureggiare della batteria. S’intromette una chitarra, a ricamare il dramma, a sottolineare la tensione. C’è un che di minaccioso, di ostile. Il pubblico, si presume, è silente. In attesa.

L’americano (ma di origine tedesca) Geoff Tate appoggia la mano sul cuore. Mostra uno sguardo fiero, deciso, messinscena di un sarcasmo perfetto.

Religion and sex are powerplays. Manipulate the people for the money they pay. Selling skin, selling god. The numbers look the same on their credit cards. Politicians say no to drugs. While we pay for wars in South America (Saudi Arabia in tour, durante la prima guerra del Golfo). Fighting fire with empty words. While the banks get fat. And the poor stay poor. And the rich get rich. And the cops get paid. To look away. As the one percent rules America.

Le parole, dei semplici e diretti slogan antisistemici, sono pronunciate dallo psicolabile Nikki, il protagonista del racconto. Appartengono al narrato. Eppure chi osserva il video capisce che non tutto può essere circoscritto alla storia. Oltre la finzione c’è di più (siamo doonneee). A ben vedere, infatti, tutti gli elementi della scena girano anche attorno al solenne concetto di patriottismo. Cosa vuol dire amare la propria patria?

Negli anni successivi all’uscita del disco, più volte incalzato dai giornalisti sui suoi ripetuti attacchi alle varie amministrazioni americane, Tate ribadiva sempre il solito concetto. Era orgoglioso di essere americano, orgoglioso, orgoglioso, orgoglioso. Tutti fregati, ah ah. Era orgoglioso e a suo modo patriottico. Solo che, a sentire lui, un sacco di cose di quel periodo degli States non andavano nel modo auspicato. Bel problema, per un patriottico. Trovava fosse giusto parlarne nelle proprie canzoni, ma non voleva per questo che lo si accusasse di odiare la propria terra, di denigrare la propria (mano sul cuore) patria e fesserie simili. Non tutti compresero che il suo non era un remare contro. Chissà, forse all’epoca sotto sotto lo chiamavano comunista (strascichi evergreen del maccartismo), magari pure col punto esclamativo. Oggi gli darebbero del filo-islamico, c’è da scommetterci. Se tanto mi dà tanto, speriamo che non gli diano mai del berlusconiano. Io sono una persona pavida ed egoista, preferisco che guerre fredde o calde si facciano altrove.

Di qua dall’oceano, oggi. L’altro giorno, camminando per Firenze, ad un certo punto mi sono ricordato che, al contrario di Tate, io non sono patriottico. Non lo sono mai stato. Non sono – com’è che si dice? – orgoglioso delle mie origini. Non me ne può fregar di meno. Sono nato in Italia, è vero, ma non è merito mio. E neanche colpa, non voglio arrivare lì. Potevo nascere in Libia, in Svezia o sull’isola di Pasqua. Non avrebbe fatto differenza. Posso essere orgoglioso di un risultato ottenuto, della vittoria al torneino di campana dei miei dieci anni, delle 453 vecchiette che ho aiutato ad attraversare la strada (è il mio hobby preferito) o del fatto che posso fare palleggiando – e senza che la palla cada mai!- l’intero tratto Stibbio – Montopoli. Posso essere orgoglioso, almeno in teoria, di un mucchio di cose. Non di ciò che è indipendente dalla mia volontà o dalle mie azioni. Sono Italiano, con I maiuscola per chi ci tiene, e ne prendo atto. Ma tutto si chiude lì.

E c’è un forte rumore di niente, un forte rumore di niente. L’altro giorno, camminando per Firenze lungo via dei Calzaiuoli, ad un certo punto sento alzarsi un ragliare alle mie spalle. Sono costretto ad udirlo, saranno sì e
no dieci secondi, finché non cambio direzione e mi allontano. Il ragliare compare (cuore, amore) mentre sto facendo due passi in mezzo ai diffusissimi gruppi di ragazzi neri che esibiscono e vendono le solite merci taroccate, false, le false borse di Prada, i falsi occhiali Ray-Ban e le solite 4 o 5 stampe dei più noti dipinti. Vecchia storia. Vendono roba tarocca, guadagnano in nero, non pagano le tasse e così via.

Tutto ciò stimola la reazione del ragliante. Mettiamola così.
Il ragliare dietro di me è subitaneo, un ragliare dall’inequivocabile accento fiorentino, con la c aspirata. Condensa in sé l’indignazione verso questo schifo di mondo provata dal quara-cinquantenne che non le manda a dire, lui no, lui è sanguigno e non se le tiene dentro. Non quando ha la moglie/fidanzata accanto.

Del fiorentino e del suo ragliare, ora come ora, ricordo solo un paio di espressioni, “Bangladesh” e “casa nostra”, mescolando le quali si costruisce tutto un universo retorico-populista con i controfiocchi.  Per esempio. Questi vengono a casa nostra a vendere la loro robaccia, ma perché non la vendono in Bangladesh (la più probabile). Questa è casa nostra, non è il Bangladesh. Torna a casa Bangladesh, nostra! (premio originalità della giuria). La nostra casa è il Bangladesh (no, questa no, credo di no). E’ tutto un Bangladesh, a casa nostra (Calderoli, se me la rubi m’incazzo).

E così via, lavorando con l’immigrazione. Pardon, con l’immaginazione.
E con la geografia, a quanto pare. Se avessi avuto un atlante in tasca mi sarei girato, gliel’avrei mostrato e l’avrei zittito almeno un po’. E poi sarei andato a vedere il documentario di quattro ore sui nazisti. Ragazzi, se la realtà fosse così (sì, ok, sto giocando con Woody Allen).

Dissociazione multipla (ma non in quel senso). L’altro giorno, camminando per Firenze lungo via dei Calzaiuoli in una tiepida notte di un metà maggio ancora senza zanzare, ad un certo punto m’è venuta voglia di dissociarmi. Non sono patriottico, quindi non c’è niente di male, nessuno mi accuserà di niente. Ho più libertà di Tate: eventuali giornalisti un giorno elogeranno la mia formidabile coerenza. Posso dissociarmi quanto voglio, posso prendere le distanze dall’italianità. Senza sentirmi in colpa.

I was standing at The Great Divide. Non vivo la psicosi dell’immigrato clandestino. L’emergenza, la chiamano così. Come quella dei cani assassini un paio di estati fa. Allora ero quasi convinto che avessero ragione loro. Porca puttana se avevano ragione. M’era venuta in mente una mezza idea di prendere da un momento all’altro la pistola sotto il mio cuscino (non dormo mai senza, mica sono scemo: ci sono dei pazzi in giro) e di avvicinarmi zitto zitto al mio cane. Il mio cane cattivo. Prima o poi gliel’avrei fatta vedere io, a quello stronzo. Bum bum, prima che potesse infilarmi le sue zanne putride in gola. Avrei giocato d’anticipo. Bum bum. Prima che potesse anche solo abbaiare. Bau Bum. Bum Bum. Me lo immaginavo già stecchito. Eppure. Quando ero lì lì per attuare il mio piano, quando avevo raccolto tutto il coraggio necessario, proprio sul più bello l’emergenza finì. Di colpo, da un giorno all’altro (crescendo di violini). Buttai la pistola, volli di nuovo bene al mio cane (arpeggio di piano) e mi ritrovai non so come in edicola a comprare dodici calendari dell’Arcuri. Soffrendo con lei per le sue storie d’amore finite male. Certo che anche gli uomini, quando ci si mettono…

Diffido delle psicosi, portano gli individui a risposte dicotomiche e non adattive, a reagire in modo emotivo e irrazionale. Le psicosi svuotano i supermercati in Italia quando ci sono 60 morti (molti meno di una normale influenza) di SARS in Cina, o quando i camionisti scioperano per cinque giorni cinque. Le psicosi sono spesso stupide. Ed è anche per questo che mi prende il nervoso di fronte alle diverse overture di Studio Aperto, tripletta di stupri rumeni e chiusura ad hoc con intervista a Bossi. Il quale, col suo forbito eloquio, ci ricorda di nuovo che gli immigrati ci hanno rotto i coglioni. Thanx.

Non importa aver studiato Teorie e Tecniche del linguaggio giornalistico né Sociologia dei Media per capire dove si voglia arrivare. O forse sì, a questo punto. Perché se dici che la televisione – in special modo sul lungo periodo – influenza il comportamento e le opinioni di un sacco di gente che si informa solo tramite di essa, dici un’ovvietà, wow, che bravo, lo dicono tutti. E’ un argomento così banale che nessuno lo prende neanche più in considerazione: a tal proposito, vedere il vergognoso lassismo del centro-sinistra nei confronti del conflitto d’interessi. E’ uno strano meccanismo quello che va a innescarsi, come se verità più volte ripetute alla lunga stancassero gli individui, che hanno sempre bisogno di spiegazioni nuove, originali e frizzanti. Come se la verità si comportasse alla stregua di una figura retorica o di un’espressione usata troppe volte. I suoi intelligenti occhi blu. Più la si ripete, più la si svuota di significato. Ma dai, ancora con questa storia delle televisioni, dei telegiornali mediaset, del conflitto d’interessi? Che noia. Non hai altro?

Una volta era tutto amore e campi in fiore. So che la gente stupra, ammazza, ferisce, uccide, supera di gran lunga i limiti velocità, squarta, mente, impenna col motorino e va ai concerti dei Subsonica. E’ la gente, dopo i dieci anni di vita sono tutti così, chi più chi meno, bianchi, neri, rumeni, interisti e cattolici. Prendere o lasciare. Si spera che non capiti niente, ci si dà da fare perché non capiti niente o il meno possibile, eppure le cose capitano lo stesso. Può succedere che tua figlia venga uccisa da tre ragazzini italiani (cronaca recente), che tuo fratello venga fatto fuori dalla camorra (cronaca recente) o che il rumeno dietro l’angolo della strada stupri tua moglie (cronaca recente). Cambia qualcosa? Il chi cambia davvero qualcosa, quando piombi in mezzo al dramma? No, qualunque sano di mente direbbe che è una questione irrilevante. O forse alcuni preferiscono, come una specie di perversione sadomaso, essere uccisi da altri italiani. Magari lo trovano più onorevole.

Nel tuo piccolo, puoi solo augurarti che non succeda e che le strade siano sempre più sicure, che le leggi in vigore siano fatte rispettare, che i delitti vengano prevenuti e puniti. Chi non lo vorrebbe, del resto? Chi vuol vivere in un mondo insicuro? Eppure una percentuale di rischio c’è sempre, è fisiologico, non ci si può far niente. La gente vive tra noi, è più forte di lei. La spingi via ma lei ritorna, più viscida di prima. Il rischio ci sarà domani, c’è oggi, c’era ieri. Non si scappa: finché cè gente cè pericolo.

Allo stesso modo è fisiologica l’immigrazione (e amen, that’s the world baby) ed è ovvio che inizialmente sia clandestina, perché dal Congo non si arriva qui con i viaggi organizzati di Monster.it. A meno di non raccontarsi ciance. Siamo un paese tutto sommato benestante, ed è naturale che chi vive in condizioni estreme (sull’Africa: leggere il già consigliato “Ebano di Kapuscinski) cerchi una vita migliore, per sé e per la sua famiglia. Non gli do torto, se l’alternativa è far cuocere il proprio figlio sotto ai 50 gradi quotidiani. O passare le giornate a scacciare le mosche nei pressi dell’albero più grande ed ombroso del villaggio.

E’ fisiologico, di nuovo, che in mezzo a questi immigrati ci siano anche dei delinquenti. E’ gente anche questa, ed abbiamo visto – ma ricordarlo non fa male – che la gente stupra, uccide, getta cartacce per la strada, minaccia, confida in amici immaginari, cita Panariello, sgancia bombe nucleari e in qualità di ministro delle infrastrutture decide di far costruire un sacco di autostrade alla ditta della moglie. Ci siamo abituati. La gente la conosciamo. E ne sentiamo decantare le gesta in tv, ogni santo giorno.

I dati (qui,  per esempio) ci dicono che negli ultimi anni furti, omicidi  e stupri non sono aumentati in modo sensibile. In alcuni casi sono anche diminuiti nonostante la crescita della popolazione e l’afflusso degli immigrati: il fatto di percepire il presente (di per sé pieno di ansie e insicurezze) e il futuro (misterioso) come peggiori rispetto al passato (compreso, razionalizzato, lontano e romantico) è tipico della mente umana. Ancora più tipico per quella mente umana che s’informa sul mondo tramite gli appassionanti servizi di Studio Aperto. I delitti non aumentano ma l’insicurezza percepita sì. Chissà di chi è almeno parte della colpa.

In tal senso, ancora, sono interessanti le parole e i dati di questo articolo di fine 2007, di cui incollo qui l’abstract: Assistiamo, inerti, ad un’eterna creazione del nemico pubblico, attraverso la criminalizzazione della categoria di turno. Intanto per un recente Rapporto sul crimine e la sicurezza in Europa, commissionato dalla Commissione Europea, l’Italia sarebbe il Paese più sicuro dellU’nione, quanto a rapine ed aggressioni.”.  Omicidi nel 1991: 1901. Omicidi  nel 2005: 601.  Ciò non vuol dire che siamo un paradiso in terra, intendiamoci. Ma neanche la concentrazione del  Male, come si dice da più parti.

Le leggi bossissime. La famosa e finalmente severa legge Bossi – Fini, oltre a non fare un minimo distinguo tra immigrati e rifugiati politici (trattati tutti più o meno allo stesso modo, come da sempre in Italia, alla faccia della Convenzione di Ginevra del ’51) non sembra aver diminuito l’afflusso degli immigrati. Ciò ricorda che al di là della propaganda di quei politici che cavalcano gli istinti della gente (come disse, mi pare, Popper, ci vogliono menti fredde per governare menti calde, e mettiamoci pure un condizionale) sparate come “e ora mandiamo via questi clandestini a calci in culo!” sono solo slogan alla ricerca di un facile consenso, e poco altro. La realtà è nota e sfaccettata, ma l’ipocrisia italica cerca di tenerla finché è possibile nascosta nella nebbia. E’ un altro caso di verità ripetuta troppe volte e dunque diventata noiosa, sorpassata: se è vero che esiste l’immigrato-delinquente (da punire ed espellere senza se e senza ma), è anche vero che molti clandestini lavorano tanto (e a nero) e che l’ormai celebre milione di badanti straniere (anche senza permesso di soggiorno) tutti i giorni fa il bidet alle nostre nonne novantenni. Fanno comodo, e con ogni probabilità a molti di loro farebbe comodo una bella sanatoria, stipendi seri e assicurazioni: ne gioirebbero così anche le casse dell’erario. Ma forse ciò non farebbe la felicità dei vari datori di lavoro, datori di lavoro italiani, forse pure orgogliosamente italiani, i quali sguazzano soddisfatti nella situazione d’illegalità creatasi.

Il fenomeno dell’immigrazione è così radicato nella struttura sociale del paese che non si può debellare o contrastare con una frasina ad effetto sul Bangladesh, con una legge finalmente rigida o mandando (scusate, vado di là, rido e torno) i bravi cittadini a farsi giustizia da sé per le strade.

Per colpire l’immaginario collettivo ora si darà risalto alle prime, anche giuste, espulsioni. Magari ci faremo ridere dietro introducendo il reato d’immigrazione clandestina (eppure il nuovo Berlusconi mi pare – non
l’avrei mai detto – più responsabile e potrebbe non dar retta ai fessi che lo circondano), ma la sostanza non cambierà. Se non con il tempo, con le future generazioni, con la fatica, con il progressivo adattamento, con politiche mondiali e politiche dei vari microcosmi. Il disagio c’è, spesso è reciproco, ma non si supera in due mesi. E neanche si supera lavorando sui numeri. Si supererà operando sui casi singoli, facendosi un culo grande così a studiare il fenomeno nei suoi diversi aspetti. Perché i campi nomadi creano anche grossi problemi da risolvere e contenere, ma l’altro giorno hanno dato voce a zingari che stanno in una roulotte e che fanno il 740. Come la mettiamo? E chi racconta al Somalo minacciato di morte in patria per opinioni politiche, giunto in Italia cercando asilo, che la nuova legge sull’immigrazione, se attuata, prevederebbe per lui un carcere di sei mesi (per raggiungere lo status di rifugiato ci vogliono tempo e documenti: prima sei solo un tremendo immigrato clandestino)? Questo arriva qua sfuggendo alla cieca intolleranza e tac, lo mettiamo dentro. Dignità: o la riconosciamo a tutti indistintamente (come dicono si debba fare) o non la riconosciamo a nessuno (forse più logico e comprensibile). Noi compresi.

Fair play. Spesso chi si scandalizza per una decina di ragazzi che ai bordi della strada vendono merci contraffatte (persone anche molto intelligenti e occidentalizzate, come il cingalese che conobbi a Varsavia e che vendeva roba falsa nei pressi del vecchio stadio, il suggestivo Stadion) è la stessa persona che mette i pregiudicati in parlamento, che dà ragione al presidente del consiglio quando suggerisce di non pagare le tasse o che – perseguendo una filosofia sempre più italica – idolatra colui che raggiunge il successo con ogni mezzo, lecito o non lecito, morale o non morale. Se lo fa il nostro idolo o il nostro politico preferito per aggiungere quei 100 milioni di euro al suo conto in banca, allora è un eroe da ammirare. E’ uno che ce l’ha fatta. Se lo fa chi non ci piace (ma che con quei pochi soldi ci dovrebbe campare), si tratta di gente che va spazzata via dall’Italia all’istante. Toglietevi dai coglioni, tornate in Bangladesh. A casa nostra possiamo fare i furbi solo noi.

Ad libitum. L’altro giorno in tv ho visto un politicante che ora riveste una carica significativa, in passato colluso con mafiosi, parlare con trasporto ed emozione di lotta alla mafia, come un novello ministro di Johnny Stecchino. Una nauseante sequela di frasi ipocrite, seguite da vari scrosci di applausi da parte degli astanti. Una scena penosa. Ma il problema più urgente, e sono sicuro che ci faremo un bel decreto legge per risolverlo in quattro e quattr’otto, ora come ora è quel ragazzo che vende le cinture tarocche di Cavalli. Mano sul cuore, e che riparta l’inno.

In viaggio con Erodoto.

“Ma per attaccare gli esseri umani ci vuole un pretesto. Il pretesto è importante, in quanto innalza l’aggressione al rango di missione universale o di volere divino. I pretesti sono sempre gli stessi: la necessità di difendersi, il dovere di difendere un alleato o di eseguire il volere del cielo. Il massimo dell’abilità sta nel combinare insieme le tre ragioni, in modo che gli attaccanti possano avanzare circonfusi dalla gloria degli eletti, con l’aureola dei prescelti da Dio.”
(tratto da “In viaggio con Erodoto” di R. Kapuscinski: Dario, il Re dei Re persiano, si appresta a invadere nuove terre e sottomettere altri popoli).

Ryszard Kapuscinski è stato una sorta di Tiziano Terzani molto più pragmatico, scevro dalle derive mistiche che hanno caratterizzato l’italiano nell’ultima fase della sua vita. Giornalista di una non proprio ricchissima agenzia di stampa polacca, fu mandato come reporter in diversi paesi africani (leggere “Ebano” significa imparare a temere il sole), nell’Iran della rivoluzione, nella Cina di Mao, in URSS, in sudamerica, in India. Di cose ne ha viste parecchie, ed ha provato a raggrupparle nei suoi libri. Io ne ho letti un paio e mi sono piaciuti.

In viaggio con Erodoto” è in parte autobiografico e parla degli inizi (e non solo) della carriera di questo ometto dagli occhi vividi, dei suoi primi viaggi all’estero (“oltre frontiera”), tutti sogni che cominciarono a divenire realtà nel momento in cui Stalin tirò le cuoia. I suoi racconti del mondo contemporaneo finiscono sempre per intrecciarsi col libro che gli fu regalato in occasione del suo primissimo viaggio: “Storie” di Erodoto, colui che fu considerato da molti il primo vero reporter della storia umana. Carrarmati e ateniesi, olocausti moderni e battaglie greco/persiane, Serse e Stalin, isole dellEgeo e temibili soldati congolesi: il lavoro di Kapuscinski si muove nello spazio e nel tempo, alla ricerca di una linea comune, di somiglianze, per ascoltare i primi vagiti delle diverse culture che incontra nel presente. Traspare (fin troppo) un’adorazione sincera e incondizionata per Erodoto, il cui libro – tra finzione e storia vera, per anni non tradotto nella Polonia comunista – diverrà il compagno inseparabile di molti dei viaggi in terra straniera del giornalista/scrittore polacco.

Un lavoro interessante, infarcito di curiosità e momenti persino divertenti. Tra questi ultimi segnalo il primo viaggio all’estero, una breve tappa a Roma, e la genuina meraviglia del protagonista nel camminare finalmente in mezzo ad una città occidentale, piena di luci, sfarzosa, libera. Sull’aereo per la capitale Kapuscinski fa amicizia con un italiano. Quest’ultimo lo ospita a casa sua e gli confessa che una delle sue prime preoccupazioni riguarda il vestiario, che suppongo desueto e un po’ triste. Cè un’unica soluzione. L’indomani si va al negozio. Per prendere qualcosa di più consono, elegante, occidentale.

“I Trausi in tutto il resto si comportano allo stesso modo degli altri Traci, ma riguardo a chi nasce e muore agiscono nel modo seguente: seduti intorno al neonato, i parenti piangono, deplorando tutti i mali che egli dovrà soffrire una volta nato, enumerando tutte le miserie umane; e invece lieti e scherzando seppelliscono chi è morto dicendo come spiegazione che, liberato da tanti mali, egli è in completa felicità”
(Erodoto, “Storie”).