Endkadenz etc etc

Ho riletto Vonnegut, i lavori migliori, e ci son rimasto di nuovo stecchito. Il suo sguardo bambino sul mondo, l’invincibile meraviglia. La leggerezza con cui ti spiattella le peggiori atrocità. L’intelligenza ineguagliabile di ogni suo periodo. La chirurgica precisione di ogni singola parola. Il distacco dalle vicende umane – crociate di infanti – che le rende ancora più degne di compassione. Il suo chiosare laconico e lucido e disperato. Poco da fare. A distanza di anni rimane un grandissimo.

Ho visto Non lasciarmi, film che – mettiamola così –  non è proprio un trionfo di endorfine. Opera più che discreta. Difficile accennare alla trama senza spoilerare. Le tag che userei sono: fantascienza, distopia, disperazione totalissima, clonazione, ammmore.

Ho visto un paio di puntate della serie TV Black Mirror. Wikipedia dice che: “La serie ha un cast e una trama diversa per ogni episodio, pur mantenendo un tema comune: l’incedere ed il progredire della tecnologia, l’assuefazione da essa causata ed i suoi effetti.” La prima su cui ho piazzato gli occhi, Vota Waldo, è notevole come intuizione – e uccide senza pietà il continuo ciarlare dell’antipolitica – ma non come realizzazione. Regia pigrissima. La seconda, White Christmas, è invece un gioiellino sotto più punti di vista, con diverse trovate niente male (a esempio: il traslare all’interno di situazioni reali comportamenti e azioni tipiche dell’interagire via social network). Alcuni suoi momenti mi hanno rimandato alle provocazioni di Derek Parfit.

E tra una cosa e l’altra sto pure sentendo il nuovo disco dei Verdena, Endkadenz Vol.1. Non che sia mai stato un loro grande fan, non che abbiano rappresentato nella mia vita qualcosa in più di un nome udito di tanto in tanto (Stasera suonano i Verdena!, Mi piacciono alcuni gruppi italiani tra cui i Verdena, Ma quanto mi fanno schifo i Verdena, Non posso uscire con te se non apprezzi i Verdena), ma questo – lo ammetto – lo trovo belloccio. Sarà che nel panorama contemporaneo dell’italica musica, spesso pretenziosa e innocua, basta poco per emergere. Sarà questo. Non so. Però Endkadenz ha suoni dei Motorpsycho di mezzo, una sua complessità, melodie che a volte sembrano pescare – uccidetemi – dal prog italiano anni ’70 e da (sì) Battisti, curatissime gemme lo-fi, comparsate pop, variazioni ritmiche bizzarre un po’ Sufjan Stevens (quello di Age of Adz), distorsioni esplosive, desolate ballad alla fine del mondo e qualche neanche troppo retorico romanticismo piantato qua e là. Son rimasto – oddio – sorpreso. Non mi aspettavo tanto spessore e tanta chiarezza di idee. Bravi.

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Il lettore che credeva di essere morto

Non parlo di libri da un bel po’. Perché leggo meno. Nei miei panni, qualcuno tirerebbe fuori la solita scusa del tempo. Non ho tempo, direbbe, purtroppo non ho tempo. Ah, se avessi tempo quanto leggerei. Quanto leggereeei! Ma io non sono il tipo: so che il tempo, se si vuole, lo si trova sempre. Semplicemente, con un certo fatalismo, credo all’esistenza dei periodi. Up & down. Funziona così. Una cascata di microcause ti portano per un paio d’anni a leggere un libro a settimana. Più leggi e più leggeresti. Poi, la somma di altre insondabili microcause – esempi: pregresso di pessime letture, post-sbronze insostenibili, l’e-reader che normalizza e rende insipido ogni libro, e così via – ti spinge giù nel baratro dell’apatia del lettore. Laggiù dove i Biscardi sfanculano i Faulkner. Dove una serata con Carlo Conti è meglio di una rilettura de Il giovane Holden. D’improvviso ecco il periodo in cui anche solo a sfogliare una pagina si fa una fatica inaudita. Come ci si risolleva? Come si riprende quella tanto stimolante corsa? Non c’è una tecnica vincente. Ma parlare di libri, lo sospetto, aiuta. Per questo sono qui.

Ecco dunque un breve commento ad alcune delle letture della seconda parte del 2013 (come al solito, grazie ad Anobii). Quelle sulle quali ho qualcosa da dire. Non mi soffermerò su testi di cui avevo già parlato nei primi mesi dell’anno.

Tra i titoli più famosi tenuti in mano ultimamente c’è Cecità di José Saramago. Avevo già visto un film – notte fonda, un occhio aperto uno chiuso, il perfido Tg4 che frantuma la tensione – tratto dal libro, quindi grossomodo conoscevo la storia. Devo ammettere che come prima opera dello scrittore portoghese che mi son trovato a leggere, Cecità non mi ha scosso più di tanto. Per carità, l’idea complessiva è più che discreta: quello che manca, secondo me, è la scrittura, la sua capacità di modellare gli eventi in maniera incisiva e originale, sfornando riflessioni che non siano le solite banalità. Magari più in là proverò con un altro suo lavoro.

Passando ad altro, di Breakfast of Champions di Kurt Vonnegut devo aver già parlato: l’ho letto in inglese in un periodo di scarsa motivazione (una pigra pagina al giorno: avere presente?), e ho paura d’essermi perso qualcosa del grottesco intreccio. A distanza di mesi rimane la visione d’insieme, l’umanità compatita, rimangono le descrizioni concise e sempre perfette, rimane la sensazione che con Vonnegut ti ci saresti fatto volentieri più di una birra. Il tipo ne aveva capite di cose, eh?

Il tao della fisica di Capra, altro must read della letteratura mondiale, è stato scritto negli anni ’70 e nell’epoca del Cern e del bosone di Higgs può suonare – e probabilmente suona a chi se ne intende davvero – un tantino datato. La divulgazione delle basi delle teorie quantistiche secondo me rimane comunque molto chiara e ben realizzata. Con l’aiuto di disegni, di ridondanza e di precise metafore, Capra riesce a rendere perlomeno intuibile ciò che succede laggiù (quaggiù) nel bizzoso mondo delle particelle subatomiche. Questo è un punto a suo favore. Più forzata secondo me è l’idea, poi diventata (troppo?) di dominio pubblico, che saggi orientali vissuti millenni fa, utilizzando parole vaghe e quindi interpretabili nei modi più disparati, avessero intuito davvero la cosiddetta realtà ultima delle cose. Il tentativo di collegare la filosofia orientale alla teoria quantistica in maniera così inequivocabile è secondo me tutt’altro che convincente, e forse frutto della medesima fallacia in cui cadono coloro che selezionano frammenti di antiche ambigue profezie per poi applicarle a fatti recenti. Anche se Capra è, manco a dirlo, molto più elegante e autorevole dei cialtroni che sbavano per Nostradamus et similia.

Per un esame di Psicopatologia mi son trovato a leggere un libro dello psicoterapeuta Fabio Celi intitolato Psicopatologia dello sviluppo. Lo cito perché m’è piaciuto molto e credo potrebbe appassionare anche i non addetti ai lavori. Celi scrive secondo me assai bene: pur non rinunciando alla complessità e alla serietà accademica con cui la materia dev’esser trattata, la sua prosa rimane leggera e piacevole come quella di una buona opera di narrativa. Il libro racconta come bambini con disturbi di diverso tipo e gravità possano essere aiutati con metodologie cognitivo-comportamentali, tecniche a parer mio – come principio – assai più logiche e potenzialmente efficaci rispetto ad ogni altro tipo di terapia psicanalitica (la nostra esistenza si basa, che ci piaccia o meno ammetterlo, su miliardi e miliardi di stimoli-risposta). I diversi casi sono trattati con molto tatto e umanità e resi interessanti dagli aneddoti (anche personali) che l’autore è scaltro ad infilare qua e là. Ogni tanto si ride pure.

Continuando con i saggi, per chiudere in bellezza, L’uomo che credeva di essere morto aggiorna ciò che Ramachandran aveva detto nei suoi due libri precedenti – tra quelli tradotti in Italia. Rama, neurologo di fama mondiale, è un mio mito personale e le sue speculazioni sul funzionamento del cervello sono spesso spettacolari – andate a leggervi cosa dice sull’arte, tanto per – ma talvolta mi sembra gli manchi il coraggio di fare quel decisivo passo in più. Lui stesso è il primo ad ammetterlo, del resto: è ciò che differenzia, giustamente, uno scienziato da un filosofo. Quando sostiene, per dire la prima che viene a mente, che la differenza sostanziale tra noi e i primati non umani che utilizzano il linguaggio dei segni sta nel fatto che noi capiamo il significato di quel che diciamo e gli (altri) animali no, gli sfugge secondo me ciò che diceva Dennett in The elbow room a proposito dell’impossibilità di una perfetta macchina semantica. Con la sua speculazione, non ha il coraggio di abbandonare la terraferma e di buttarsi nel vuoto. Perché il significato in ultima analisi non esiste e, per quanto a fondo possiamo scavare, rimaniamo solo ottimi motori sintattici. Più in là neanche noi esseri umani possiamo andare. Capito, Rama?

Ingranaggi difettosi

Ho appena iniziato Breakfast of Champions di Vonnegut. E son rimasto colpito – inizio col botto – dalla lucidità e dal nichilismo che l’americano esprime già nell’introduzione all’opera. Viste le tematiche affrontate, il copia&incolla sul blog è chiaramente d’obbligo.

As for the suspicion I express in this book, that human beings are robots, are machines: It should be noted that people, mostly men, suffering from the last stages of syphilis, from locomotor ataxia, were common spectacles in downtown Indianapolis and in circus crowds when I was a boy.Those people were infested with carnivorous little corkscrews which could be seen only with a microscope. The victims’ vertebrae were welded together after the corkscrews got through with the meat between. The syphilitics seemed tremendously dignified-erect, eyes straight ahead.  I saw one stand on a curb at the corner of Meridian and Washington Streets one time, underneath an overhanging clock which my father de-signed. The intersection was known locally as “The Crossroads of America.

This syphilitic man was thinking hard there, at the Crossroads of America, about how to get his legs to step off the curb and carry him across Washington Street. He shuddered gently, as though he had a small motor which was idling inside. Here was his problem: his brains, where the instructions to his legs originated, were being eaten alive by corkscrews. The wires which had to carry the instructions weren’t insulated anymore, or were eaten clear through. Switches along the way were welded open or shut.  This man looked like an old, old man, although he might have been only thirty years old. He thought and thought. And then he kicked two times like a chorus girl.

He certainly looked like a machine to me when I was a boy.

I tend to think of human beings as huge, rubbery test tubes, too, with chemical reactions seething inside. When I was a boy, I saw a lot of people with goiters. So did Dwayne Hoover, the Pontiac dealer who is the hero of this book. Those unhappy Earthlings had such swollen thyroid glands that they seemed to have zucchini squash growing from their throats.All they had to do in order to have ordinary lives, it turned out, was to consume less than one-millionth of an ounce of iodine every day.  My own mother wrecked her brains with chemicals, which were supposed to make her sleep.

When I get depressed, I take a little pill, and I cheer up again.

And so on.

So it is a big temptation to me, when I create a character for a novel, to say that he is what he is because of faulty wiring, or because of microscopic amounts of chemicals which he ate or failed to eat on that particular day.

Kurt Vonnegut, Breakfast of the Champions

Tutto quel che c’è da sapere sulla vita (eh, come no)

Nel suo celebre Mattatoio n. 5, Kurt Vonnegut a un certo punto sostiene che

Tutto quello che c’è da sapere sulla vita si poteva trovare nei Fratelli Karamazov.

Perentorio, schietto, inquietante. Ho letto il libro di Vonnegut ormai diversi anni fa, eppure a distanza di tempo questa frase buttata lì con nonchalance continua a tornarmi spesso in testa. Mistero irrisolto e, quindi, uggioso e affascinante. Più volte – specialmente dopo un paio di birre – mi son trovato in libreria a soppesare la mastodontica opera di Dostoevskij per chiedermi cosa ci fosse scritto di così fondamentale là dentro. Di così assoluto. Più volte sono stato tentato dall’acquisto e dalla lettura. A oggi, però, non mi sono ancora cimentato nell’impresa. E forse è più bello così. Che poi, oh, son più di mille pagine.

Pensavo a questa frase (ancora) proprio qualche minuto fa. Cosa non si fa pur di non lavorare. E mi son chiesto – è un gioco – cosa indicherei io, oggi, come simbolico contenitore di (non ridete) tutto ciò che c’è da sapere sulla vita. Quale libro, sì, ma anche quale film, quale disco, quale canzone. Qui sotto c’è la lista. Sono scelte un po’ scontate – soprattutto per chi segue il blog o per chi mi conosce – ma… che volete farci? Non ho avuto un granché di tempo per pensarci su, del resto.

Non si tratta dei lavori più belli, eh. Non dei lavori migliori, non necessariamente. Si tratta di, di, di… come si spiega una cosa del genere? Si tratta di cose che svelano meccanismi. Di cose che ti equipaggiano di know how. Di cose che suggeriscono vie di fuga.

Ribadisco che è solo una specie di passatempo da pausa-pranzo, niente di serio o serioso. Tanto per.

Tutto quel che c’è da sapere sulla vita (o quasi) – IL FILM

(il ridere)

Tutto sommato, la mia scelta non può che ricadere su Io e Annie di Woody Allen. Che forse è il film che ho visto di più in assoluto. Ho naturalmente pensato a diverse altre pellicole, anche dello stesso Allen (o Il posto delle fragole, o American Beauty, o Citizen Kane, o Fantozzi, o…), ma credo che questo capolavoro scavi davvero in profondità e vada a toccare questioni filosofiche interessanti con una leggerezza, un umorismo e una verve che sono propri solo dei grandissimi. E mi fa sorridere e/o ridere dal primo all’ultimo minuto. Mi piace confessare (ragazzi, quanto sono open-minded) che fino a qualche anno fa letteralmente schifavo i lavori del regista americano, che con troppa superficialità ritenevo pretenziosa roba da intellettualoidi. Poi, si capisce, ho cambiato idea.

Tutto quel che c’è da sapere sulla vita (o quasi) – IL LIBRO

(il materialismo & la ragione)

Anche qui me ne vengono a mente a decinaia, pure tra il materiale più impensabile (che so, It di King, Il giovane Holden, Cent’anni di solitudine, Guida alle birre del mondo, etc). Però devo dire – ma va? – che Anelli nell’io di Hofstadter mi ha davvero scombussolato, per il suo essere lieve, anche divertente, ma allo stesso tempo così categorico e omnicomprensivo. Questa roba ti modella il modo di pensare. Non c’è un senso, no, non c’è un cazzo/diamine di significato in nulla. E lui sa dirlo meravigliosamente, con classe e tanto tanto tatto.

Tutto quel che c’è da sapere sulla vita (o quasi) – IL DISCO 

(io & gli altri)

Scontatissimo. Promised Land dei Queensryche, ovviamente. Non aggiungo altro. Chi volesse approfondire… be’, si diverta. Auguri. Auguri vivissimi.

Tutto quel che c’è da sapere sulla vita (o quasi) – LA CANZONE

(la passione)

Tutti si aspettano che peschi da Promised Land e, invece, al momento andrei dritto dritto su Beyond the Pale dei Pain of Salvation, pezzo conclusivo del sanguigno Remedy Lane. Wonderfully physical. Doloroso sì, ma anche deliziosamente ironico (in the morning she’s going away, in a Budapest taxi I paid). Non smetterei mai di sentirlo.

Il placido propagarsi del Ghiaccio-Nove

Vonnegut

“Fui una primizia della battaglia di Missionary Ridge Quando sentii la pallottola entrarmi dentro al cuore Mi augurai di essere rimasto a casa, sbattuto in prigione Per il furto dei maiali di Curl Trenary, Invece di scappare ad arruolarmi. Mille volte meglio la prigione Che giacere sotto questa statua di marmo con le ali, E questo piedistallo di granito Con scritte le parole Pro Patria. A proposito, che cosa vogliono dire?”

(Kurt Vonnegut, Ghiaccio-nove)

Io non so se capita solo a me. Però ogni tanto devo aver a che fare con gente che dichiara di vedere nella lotta, nella guerra, nella violenza, il fine ultimo della razza umana. L’esaltazione della violenza come pretesto per sentirsi vivi. Non esisti se non lotti. Non sei un essere umano se non sei un macho. Una nazione non è una nazione lodevole se non fa la sua guerra in difesa del suo onore leso. Un popolo è più ganzo se ne sottomette un altro con la forza. Il tuo gruppo ultrà è il meglio se mena di più. Se vinci la sfida al pugnometro, in poche parole, sei il più fico della compagnia e dell’intero universo e tutte le donne sbavano per te. Naturalmente, mi pare inutile anche sottolinearlo, si tratta di immani fesserie. Perché la guerra in sé, apotesi della violenza, sembra essere piuttosto stupida. Che banalità, lo so. Forse a volte è necessaria (come si fermava Hitler, se no?), forse in casi estremi non se ne può fare a meno, ma se è necessaria lo è in opposizione alla guerra iniziata da qualcun altro. Alla base di tutto c’è comunque un gesto stupido. Il primo motore è, di solito, l’imbecillità, vestita di volta in volta da orgoglio nazionale, razzismi, religioni, questioni economiche aggirabili in altre maniere, atteggiamenti da “che cazzo hai da guardare? vuoi botte?”, e via dicendo. Si potrebbero citare fastiliardi di esempi.Non può passare il concetto che la guerra è ganza in sé, come mi viene detto da più parti. Non può. Continuando con l’ovvietà, essa non solo ti mette in condizione di far fuori gente che c’entra relativamente o per nulla col motivo per cui la guerra è iniziata (ribadisco l’idea della probabile non conformità di intenti e idee tra un individuo singolo e il suo governo, ancora più accentuata nelle dittature), non solo mette in pericolo la vita delle persone che stanno attorno a te, ma ti infila in un inferno senza-fine di bombe e pallottole quando egoisticamente senza dubbio potresti e vorresti impiegare meglio il tuo tempo, per ovvie ragioni limitato, con la fidanzata, con i tuoi bambini, con le Pringles e con i Griffin alla tv. Cose piacevoli che, se ci resti secco perché il capoccio del tuo governo ha fatto “bu!” alla Citrullania, non potrai più fare. Ma la guerra è ganza, come no. Nella lotta scopri chi sei, dicono. Un po’ di guerra ogni tanto tira su il morale, rinvigorisce gli spiriti, esalta la compattezza di un popolo. Armiamoci e partite, popolo di fessi!

Ne L’elefante invisibile (grande contributo sul tema dell’irrazionalità della violenza) Giuseppe Mantovani racconta l’interessante vicenda di un antropologo americano, tale Renato Rosaldo. Questa storia sottolinea ancor meglio alcuni dei succitati concetti. In un proprio lavoro etnografico Rosaldo racconta che, durante il suo soggiorno tra gli Ilongot nella parte nord di Luzon nelle Filippine, egli faticava a controllare la sua forte reazione a una delle loro principali pratiche culturali: la caccia delle teste. Per quanto accettasse il relativismo culturale, questa pratica gli pareva del tutto aliena e moralmente ripugnante. Cercò di superare lo sgomento e si sforzò di comprendere, da bravo antropologo, quali motivazioni si celassero dietro la tradizione. Gli fu risposto che la caccia era finita nel 1945. Rosaldo chiese, dunque, se vi fossero stati episodi più recenti, ma le sue domande sembrarono offendere la dignità della popolazione locale, che lo aveva fatto integrare alla perfezione, aiutandolo, nutrendolo, proteggendolo. Dimenticò la cosa e cominciò a lavorare in mezzo agli indigeni.

In seguito, per puro caso, l’antropologo scoprì che gli avevano mentito. La caccia era continuata, anche durante il suo soggiorno. Quasi ogni membro della tribù possedeva una testa. Scioccante. Mantovani dice che “egli fu disgustato dalla rivelazione della brutalità dei suoi ospiti, nonostante questi fossero stati gentili nei suoi confronti”. Possiamo immaginare, credo, che lo scoprire di aver vissuto all’interno di una comunità che fa collezione di teste umane non sia proprio il massimo della vita.

Ancora, sempre da L’elefante invisibile: “Pochi mesi dopo Rosaldo ricevette dagli Stati Uniti il richiamo alle armi per la guerra in Vietnam. Egli però non aveva intenzione di rispondere alla chiamata e si aspettava che i suoi amici Ilongot disapprovassero la sua decisione e lo credessero un codardo. Invece egli fu ancora una volta sorpreso: <<I miei compagni Ilongot mi dissero che non dovevo andare a combattere in Vietnam e che mi avrebbero nascosto nelle loro case. Questo consiglio mi stupì moltissimo. Mi aspettavo che dei cacciatori di teste considerassero come una forma di vigliaccheria la mia riluttanza a combattere nell’esercito del mio paese. Invece, essi mi dissero che i soldati sono persone che vendono il proprio corpo. Mi chiesero, in tono polemico, Come può un uomo fare il soldato e comandare ai suoi fratelli di esporsi al fuoco nemico?>>” (chiusa ogni virgoletta possibile).

Al di là delle interessanti considerazioni antropologiche che si possono fare nei riguardi della storia (Rosaldo dice che “L’atto di ordinare ai propri uomini, i propri fratelli, di rischiare la vita era assolutamente fuori dalla loro comprensione morale. […] Di colpo il mio mondo culturale mi parve ripugnante. […] Non potevo più parlare come uno pulito che si rivolge a persone sporche”), quel che mi preme sottolineare è la visione fanciullesca e forse ancora più oggettiva del fenomeno-guerra da parte di un altro. Una consulenza esterna (reciproca) sugli errori della propria cultura. Quello che ci sfugge, come succede in un miliardo di altri ambiti della vita quotidiana, ce lo fa presente chi non è invischiato nella faccenda quanto lo siamo noi.

A volte tali visioni sono tacciate di ingenuità. Sì, bello il pacifismo, ma. Eppure non mi sento un ingenuo nel considerare evitabile la lotta o deprecabile un conflitto. Non mi sento un ingenuo nel pensare che senza guerra si stia meglio, e che non voglio tirar bombe o sentirmele arrivare addosso perché nei piani alti il fesso di turno ha deciso così, che tutti noi dobbiamo darle o prenderle senza alcuna discussione. Mi sento uno furbo. E sono in buona compagnia, a quanto pare, nel gruppone di ganzi intramontabili come Einstein, Russell, Mantovani, Kubrick, Geoff Tate e così via.

Ganzi intramontabili come Kurt Vonnegut, morto poco tempo fa, le cui storie strampalate ed efficaci continuano a girare per il mondo senza sosta, ribadendo sempre il medesimo concetto. La violenza è da idioti. E pure i corollari veicolati sono interessanti: 1) le religioni sono stronzate (a parte il bokononismo, religione che ammette la falsità di ogni culto, esso compreso), e 2) le persone compiono spesso atti stupidi come, tra i tanti, mettere in piedi delle dittature. Come non essere d’accordo?

L’ossessione per la guerra, vissuta sulla propria pelle, è il focolare attorno a cui si radunano gran parte dei libri di Vonnegut. Ghiaccio-nove, letto in questi giorni, prosegue su questa linea, raccontando la solita apparentemente sconclusionata storia di personaggi improbabili che si immergono in vicende surreali. Tipico Vonnegut. Il libro parla del tentativo di descrivere l’ambiente familiare allucinogeno di un fantomatico inventore della bomba atomica (colonna sonora consigliata: Rush, “Manhattan project”) da parte di uno scrittore che, conducendo le sue interviste, scoprirà l’esistenza di un’arma ancora più potente del nucleare. Il terribile Ghiaccio-Nove, che potrebbe porre fine al mondo in pochi istanti.

Lo stile è asciutto. Vonnegut è arguto e ironico come sempre. La storia è, come sempre, falsamente inconcludente. Procede a vista, a piccoli illogici passi verso l’amaro finale, contribuendo a rafforzare li’dea che ci si fa di Vonnegut leggendo i suoi libri. Come Levi, ma da un’altra prospettiva, lui dalla guerra non c’è mai uscito del tutto. Lo si sente dallo stile, dai contenuti, dall’impersonalità dei suoi personaggi. Tutta gente che sembra reduce da un trauma indimenticabile, il quale tutt’ora condiziona le loro vite e li spinge alla ripetizione di atti meccanici come tanti Charlie Chaplin, alla regressione verso dialoghi irrazionali e bambineschi, all’interessamento per aspetti futili della realtà.

Il racconto, chi racconta e chi viene raccontato danno la vaga, non c’è aggettivo più esatto, impressione di ribadire sempre il medesimo iniziale concetto, su cui film, letteratura e dischi – in modi diversi da Vonnegut – sono tornati ciclicamente: la guerra fa schifo, e s’era detto, e provoca lesioni permanenti. Non se ne esce. Puoi scrivere quanto ti pare per cercare di esorcizzarla, la guerra, ma la sua lunga ombra non scompare. Sadica, non se ne va. Per la gioia matta degli eroi da pugnometro, di quelli che nella lotta si vede davvero chi sei.
Grazie Kurt, grazie per il bel tentativo.

(Mille volte meglio la prigione/Che giacere sotto questa statua di marmo con le ali/E questo piedistallo di granito/Con scritte le parole Pro Patria/A proposito, che cosa vogliono dire?)