Filogenesi e odore delle mani

L’articolo di New Scientist dice che:

You won’t believe you do it, but you do. After shaking hands with someone, you’ll lift your hands to your face and take a deep sniff. This newly discovered behaviour – revealed by covert filming – suggests that much like other mammals, humans use bodily smells to convey information.

Altre tracce del nostro passato evolutivo. Il video non potrebbe essere più chiaro al proposito:

Mancinismo e lievi anomie

Di solito va così. Sono a tavola, mangio, bevo e atomizzo compulsivamente molliche di pane, quando di colpo mi accorgo che ciò che stanno passando alla televisione non mi interessa granché. Allora mi alzo, qualcosa mi fa alzare, e mi aggiro per un paio di secondi nella stanza. Supero il divano, aggiro il cane, scruto la mensola con fare afinalistico, mi muovo come uno zombie… ed ecco che cresce ed emerge dai meandri del subcosciente una domanda, netta e per certi versi sorprendente. Una domanda, tante domande. Perché mi sono alzato? Che sto cercando? Di cosa ho bisogno? Mi sono alzato per prendere… cosa? Allora, dopo eventuale bestemmia, arriva la magia. Allora la mia mano sinistra si solleva da sola, qualcosa la fa sollevare, e il pollice schiaccia tre o quattro volte un pulsante invisibile che si trova a metà della lunghezza dell’indice piegato ad angolo quasi retto, nel tipico gesto che si fa – lo vedo –  quando si premono bottoni sul… TELECOMANDO!

Sì, il telecomando. Il maledetto telecomando.

Ecco cosa stavo cercando.

E non mi succede solo col telecomando – ma anche, per esempio, con martelli e penne da scrivere. Quel che è interessante è chiedersi perché avvenga un fenomeno del genere. Certo, potrebbe essere mild cognitive impairment precocissimo. O una qualche indesiderabile protodemenza. Ma si potrebbe pensare anche ad altre spiegazioni.

Conoscere gli studi di Gazzaniga di qualche decennio fa sul cervello diviso e le scoperte della Warrington (e colleghi) sul modo in cui vengono rappresentati gli strumenti nel cervello potrebbe fornire una possibile ed elegante risposta, magari da sottoporre a verifiche sperimentali.

Facciamola breve. Ciò che è emerso (soprattutto) dagli anni ’80 in poi, con la scoperta di determinate specifiche agnosie e l’introduzione massiccia delle tecniche di neuroimmagine, è che – contrariamente al pregiudizio filosofico secondo cui tutti i concetti sono astratti e simbolici – la rappresentazione degli strumenti è condizionata dal modo in cui noi utilizziamo, tocchiamo e manipoliamo tali strumenti. Quando vedo un martello, nel mio cervello si attivano quelle regioni fronto-parietali (premotorie e somatosensoriali) che sono anche implicate nell’uso del martello stesso. Lo strumento è quindi categorizzato non per i suoi elementi percettivi (forma, colore, etc), come avviene per la rappresentazione degli animali – più legata ad aspetti di tipo visivo -, ma soprattutto per i suoi attributi funzionali.

Ora, è anche stato dimostrato che, è intuitivo, le aree che si attivano quando dobbiamo rappresentare mentalmente un oggetto sono quelle appartenenti all’emisfero che controlla la mano – chiamiamola così – dominante. Se sono prevalentemente destro, la visione di un telecomando attiverà solitamente le regioni fronto-parietali di sinistra. Se sono sinistro, il contrario.

Le aree del linguaggio, invece, si trovano – spesso – a sinistra. A prescindere dalla mano utilizzata più di frequente.

Io sono mancino. Dovrei avere le aree del linguaggio a sinistra, come quasi tutti, mentre dovrei attivare regioni fronto-temporali di destra (emisfero che controlla la mano sinistra) per la rappresentazione degli artefatti. Tra l’istante della destrorsa rappresentazione – ecco la mia idea – e quello della sinistrorsa formulazione del nome dell’oggetto rappresentato dovrebbe quindi, nel mio cervello, esistere una latenza maggiore rispetto a quel che succede nella testa dei soggetti che utilizzano prevalentamente la mano destra. Perché loro hanno entrambi i centri di elaborazione nel medesimo emisfero (più vicini), mentre io e gli altri mancini potremmo averli in due emisferi separati. Il transito delle informazioni potrebbe rallentare – un po’ – poiché esse devono attraversare il corpo calloso, cioè quei fasci di fibre che connettono le due metà cerebrali. E, chissà, la situazione potrebbe essere più complicata. Il corpo calloso potrebbe esser parzialmente lesionato. O impegnato in altro. Insomma: nella testa dei mancini il passaggio di informazioni tra la rappresentazione e la denominazione potrebbe non essere proprio immediatissimo. Insomma: le risposte comportamentali potrebbero essere tardive.

E allora cosa succede? Cosa s’inventa il cervello per sveltire le operazioni?

Una possibile ipotesi: comunica utilizzando vie extracerebrali come, per esempio, la vista (la cosa è ancora più evidente negli esperimenti di Gazzaniga). L’emisfero destro, che ha già effettuato una rappresentazione pre-verbale e non cosciente dell’oggetto, fa compiere alla mano sinistra il gesto di premere un telecomando che non c’è. Tramite la vista, sfruttando l’emicampo visivo di destra, il gesto simbolico viene visto dall’emisfero di sinistra – dove ci sono le aree del linguaggio. Il cervello sinistro vede la mano, vede il gesto, e recluta le limitrofe aree del linguaggio per sparare il nome dell’oggetto di cui abbiamo bisogno, portando assieme al nome la consapevolezza del bisogno dell’oggetto stesso, una consapevolezza che negli istanti precedenti era tutt’altro che scontata (1). Con questo sistema in sostanza il cervello bypassa il corpo calloso e fa passare l’informazione da una parte all’altra sfruttando vie esterne.

E’ un’idea postprandiale buttata lì, ripeto, che avrebbe bisogno di conferme o smentite. Se il fenomeno venisse sperimentato anche dai destri, per dire, l’idea potrebbe essere falsificata. Anche se il reale posizionamento delle aree deputate al linguaggio, dato decisivo ai fini di tutto quel che ho scritto, può esser certificato davvero solo in sede di laboratorio. C’è una predisposizione innata a sviluppare il linguaggio a sinistra, ma esiste anche una buona percentuale di soggetti che contravviene a questa regola.

(1) e quindi non so se sia appropriatissimo parlare di ‘anomia’, ma tant’è.

What is life?

Cuccioli di Caracal

Su Le Scienze ho trovato un articolo leggero, molto ben scritto e interessante che cerca di sottolineare come il nostro concetto di essere vivente sia, è un’idea che ho in testa da tempo, insospettabilmente denso di contraddizioni. Studi effettuati con le tecnica dei potenziali evocati dimostrano che il cervello reagisce automaticamente in maniera differente quando deve percepire un soggetto vivente (living) rispetto ad un oggetto inanimato (not living). Per milioni e milioni di anni questa abilità di fare una distinzione netta è stata, c’è da scommetterci, decisiva ai fini della nostra evoluzione e della nostra sopravvivenza. La capacità di saper riconoscere nel giro di pochi millisecondi un aggressore o una preda deve aver fatto una certa differenza, in mezzo ai cespugli delle foreste ancestrali. Tuttavia, come succede per altri meccanismi mentali plasmati dalla logica evoluzionistica, ciò che ci appare così scontato non sembra in ultima analisi allo stesso tempo così vero, quando analizziamo il modus operandi delle nostre strutture percettive. Applichiamo le nostre forme, i nostri concetti, al continuum del reale e pretendiamo che tali forme definiscano davvero la realtà delle cose. Poniamo confini arbitrari e crediamo di creare gruppi di soggetti ontologicamente diversi.

Tramite l’utilizzo di argomenti paradossali e di analogie l’articolo succitato aiuta a far luce sulla fallacia di certe nostre convinzioni. Ecco l’incipit:

Sono sempre stato affascinato dalle cose viventi. Da bambino catturavo api per vederne da vicino gli occhi di ossidiana e la bionda peluria, scovavo crostacei e artropodi sulla spiaggia spiando le bolle nella sabbia e ho un ricordo tuttora molto vivido di una gita in un boschetto di eucalipti dove migliaia di farfalle monarca si erano fermate a riposare. Mentre mio fratello era fissato con le costruzioni del meccano, con cui realizzava complicati marchingegni, io volevo capire come funzionava il nostro gatto. Come vedeva il mondo? Perché faceva le fusa? Di cosa sono fatti pelliccia, artigli e baffi? Non è un caso che mi guadagni da vivere scrivendo di natura e di scienza.

Recentemente, però, ho avuto un’epifania che mi ha costretto a ripensare perché amo così tanto le cose viventi e a riesaminare che cos’è davvero la vita. Le persone che hanno studiato la vita hanno sempre lottato per definirla. Ancora oggi non ne esiste una definizione soddisfacente o universalmente accettata. Mentre riflettevo su questo, mi sono ricordato della passione di mio fratello per il meccano e della mia curiosità per il gatto.

Perché pensiamo al primo come inanimato e al secondo come vivo? In ultima analisi, non sono entrambi macchine? Certo, un gatto è una macchina incredibilmente complessa capace di comportamenti incredibili che un insieme pezzi del meccano non potrebbe mai imitare. Ma a un livello più fondamentale, qual è la differenza tra una macchina inanimata e una vivente? Persone, gatti, piante e altre creature appartengono a una categoria, e meccano, computer, stelle e rocce a un’altra? La mia conclusione è “no”. In realtà, ho deciso, la vita non esiste. Lasciatemi spiegare.

(l’articolo, intitolato Perché la vita, in realtà, non esiste, è stato scritto da Ferris Jabr e continua qui)