Io e te, di Bernardo Bertolucci

Lorenzo è un quattordicenne incasinato e asociale, uno che ha deciso che non sarà mai felice – e conseguentemente non sarà mai felice. Nel momento in cui la sua classe parte per la settimana bianca, per non farli soffrire fa credere ai genitori di essere partito assieme agli indifferenti compagni, ma – fatte le necessarie provviste – si rinchiude in cantina con l’idea di rimanerci tutti e sette i giorni – con tanto di computer, musica e libri (legge qualcosa di Anne Rice). Il suo solitario progetto viene però mandato a monte dalla comparsa casuale della sorellastra Olivia, che non vedeva da parecchi anni e che ha più di vent’anni ed è emancipata, disturbata e sola. Olivia non sa dove dormire e gli chiede di poter rimanere là sotto con lui. Dopo una prima fase di scontri – i due sono sostanzialmente sconosciuti l’uno all’altra – e dopo l’aver appreso che Olivia è una tossica in astinenza, l’evidenza è muco e sudore e urla e vomito, tra i due emarginati comincia a instaurarsi un rapporto di fiducia e complicità, una cosa clamorosamente fraterna che ha il suo culmine nella intensa scena del ballo – si balla l’appropriata Ragazzo solo, ragazza sola, versione italica e cantata da Bowie stesso di Space Oddity. Delizioso e per certi versi sorprendente adattamento di un romanzino di Ammaniti non proprio esaltante.

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Anna, di Niccolò Ammaniti

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Meglio di certi romanzetti senza capo né coda proposti negli ultimi anni dallo scrittore romano. Non che ci volesse molto. Per intenderci: The road + L’ombra dello scorpione + Il signore delle mosche + Indiana Jones e il tempio maledetto. Qualcosa come: “in un mondo in cui tutti gli adulti sono rimasti uccisi da un letale virus, in una Sicilia post-apocalittica in cui regnano i bambini, una ragazzina fa di tutto per regalare al fratellino un’ultima speranza di salvezza.” Scrittura non controllata e pigra (Ammaniti è pigro) – “la luce dipinge…”, “il sole dipinge…”, “i fari dipingono…”, “il lampione dipinge…”, per non parlare delle decine di “nubi di moscerini” o roba simile -, qualche ingenuità di troppo, qualche stanca descrizione meteorologica in eccesso, similitudini non sempre proprio geniali, ma nel complesso una cosa che procede senza intoppi. Anche se non mancano i passaggi in cui la vicenda appare terribilmente sfocata. Puro intrattenimento. Niente più, niente meno. I migliori momenti sono a mio parere quelli in cui compare il cane. Ché ci vuoi proprio bene, alla fine, a quel gran figlio di un. Letto in un paio di giorni senza pentirmene troppo. Trascurabile, sì, ma credevo molto peggio.

Grottesco italiano

“- Allora non hai capito. Il tempo delle figure di merda è finito, morto, sepolto. Se n’è andato per sempre con il vecchio millennio. Le figure di merda non esistono più, si sono estinte come le lucciole. Nessuno le fa più, tranne te, nella tua testa. Ma non li vedi a questi? – Indicò una massa che applaudiva Chiatti. – Ci ricopriamo di letame felici come maiali in un porcile. Guarda me, per esempio -. Si alzò in piedi barcollando. Allargò le braccia come a mostrarsi a tutti, ma gli girò la testa e si dovette sedere di nuovo. – Io mi sono specializzato a Lione con il professor Roland Chateau-Beaubois, ho la cattedra a Urbino, sono un primario. Guarda come sto ridotto. Secondo i vecchi parametri io dovrei essere una figura di merda ambulante, un essere infrequentabile, un cafone impaccato di soldi, un tossico, un personaggio spregevole che si fa ricco delle debolezze di quattro carampane, eppure non è così.  Sono amato e rispettato. Vengo invitato pure alla festa della Repubblica al Quirinale e in ogni cazzo di trasmissione medica. […] Quelle che tu chiami figure di merda sono sprazzi di splendore mediatico che danno lustro al personaggio e che ti rendono più umano e simpatico.”

Niccolò Ammaniti, Che la festa cominci.

La settimana scorsa è uscito l’ultimo libro di Niccolò Ammaniti. Si chiama Che la festa cominci e l’ho finito in tre giorni tre. Segno che, nonostante non m’abbia del tutto convinto, il lavoro si fa leggere piuttosto bene, nella tradizione dei libri dello scrittore romano.

Ciò che più mi rende perplesso riguardo a questo nuovo romanzo – mi tolgo il dente e poi vado sparato – è il fatto che, dal promettentissimo (e speciale) Ti prendo e ti porto via Ammaniti non sembra aver voglia di cambiare registro. Se Io non ho paura era stata una piacevole deviazione verso territori convenzionalmente considerati più “alti” (stile sobrio, scrittura pulita, tematiche importanti), Come Dio comanda, pur leggibilissimo, si era adagiato di nuovo sugli stessi binari di Ti prendo e ti porto via – ma senza possederne la stessa intensità. Stilisticamente parlando la nuova opera si lancia ancora in quella direzione, la direzione del grottesco, del marcio, della pateticità dell’essere umano, filtrando tale immaginario con un linguaggio ultra-scarno, essenziale e, qualche volta, troppo povero. Eccessivamente cinematografico e didascalico.

Per intenderci, Che la festa cominci suona un po’ come se lo spassosissimo racconto L’ultimo capodanno dell’umanità (da Fango) fosse diventato adulto e avesse cominciato a coltivare delle grandi ambizioni, a pretendere i propri spazi vitali. La storia segue in parallelo le vicende di un’improbabile e sgangherata setta satanica, Le Bestie di Abadon, e quelle del “giovane” e noto scrittore Fabrizio Ciba, opportunista e falso ma pubblicamente stimato e ritenuto di estrema sensibilità. I membri della setta e Ciba, per motivi diversi, vengono invitati ad una festa immensa, piena zeppa di VIP, una festa progettata dalla mente megalomane di un potente imprenditore, Sasà Chiatti, sorta di novello Cesare che ha acquistato il parco di Villa Ada dal comune di Roma per trasformarlo nel simbolo della propria esagerata ricchezza. La festa non andrà proprio secondo quelle che erano le previsioni e si trasformerà in un maelstrom pazzesco che Ammaniti sfrutterà per deridere senza pietà vizi e costumi dell’Italia moderna, alludendo chiaramente a situazioni politiche e sociali, pur senza mai dimostrare di tifare per una fazione o l’altra. Tutti, indistintamente, meritano una presa per il culo. Tutti perdono. Tutti più o meno si dimostrano viscidi, banali e ridicoli.

Il romanzo sceglie un registro che più grottesco non si può e si risolve in una grande abbuffata di vanità e ipocrisie. Pur dimostrandosi per larghi tratti molto divertente, vivace e scanzonato, non riesce a dissimulare il proprio desiderio di voler ambire ad essere qualcosa in più: feroce satira sociale, innanzitutto. E in alcuni frangenti gli riesce abbastanza bene. La scrittura di Ammaniti tiene infatti ben salda in mano la prima parte ma è forse un tantino frettolosa e confusa nella seconda metà, quella della festa, che non esce così vivida come presumibilmente si voleva. Troppa voglia di stupire con l’intreccio e con trovate estemporanee, poca attenzione alla forma, all’equilibrio tra le parti.

Questo è un libro divertente (la distruzione ideologica delle sette sataniche, per esempio è da Nobel: della pace e della letteratura) ma, come anticipato, da Ammaniti mi aspettavo un passo in avanti, verso qualche altra parte. Qualsiasi altra parte. Forse, come succede allo scrittore Ciba, anche a lui tutti chiedono con insistenza di scrivere il Grande Romanzo. E’ impossibile non pensare che nel personaggio di Ciba ci sia tanta, ma tanta autoironia (e forse anche autocritica). Comincio a sospettare che Ammaniti non lo farà mai, il Grande Romanzo. Ma solo perché deve divertirsi un mondo a buttar giù cose come questo Che la festa cominci. Chissà che non abbia, in fin dei conti, ragione lui: i 44 paesi in cui i suoi libri vengono tradotti sono, ad essere sinceri, un buon punto a suo favore.

Ti prendo e ti porto via, ma dopo un miliardo d’anni

ti  prendo e ti porto via
Esce in questi giorni il nuovo film di Salvatores. E chi se ne frega, diranno i più. E’ tratto da un discreto romanzo di Niccolò Ammaniti (discreto, quanto snobismo: lessi le sue 500 pagine in tre giorni). Embè? diranno altri. Ci sta che interrompa di colpo la mia ormai cronica pigrizia cinematografica per andarlo a vedere. Quindi?, chiederanno altri ancora.

Quindi Niccolò Ammaniti, quindi diverse estati torride di una decina di anni fa, trascorse sul divano col libro in mano, quindi “Ti prendo e ti porto via”. Semplice, no? Non fa una piega.

Ti prendo e ti porto via” è un libro che ho letto almeno due o tre volte. Non conosco, e non potrei conoscere, la letteratura italiana contemporanea nella sua complessità, ma son sicuro di non osare troppo nell’affermare che questo libro di Ammaniti rientra tra le migliori cose pubblicate nell’ultimo decennio e oltre. La letteratura italiana di solito fa schifo, dirà qualcuno. Forse è vero. Ma chi se ne frega, questa volta, lo dico io.

Da una parte, “Ti prendo e ti porto via” è un libro furbo. Sfruttando la facile nostalgia per l’adolescenza su cui si basano tutti i romanzi di formazione, da cui tutti più o meno si fanno attrarre, e ripescando certe atmosfere del King di “Stand by me” (“Il corpo“) e di “It” (ma senza l’apparato orrorifico) nonché del Dickens di “Grandi Speranze”, Ammaniti butta giù un lavoro con dei bersagli ben precisi e neanche troppo difficili da colpire. La nostalgia, in primis: la scuola media o il liceo, il primo amore, le scazzottate con i bulli, le girate in bicicletta, i piccoli misteri dei boschi, l’infelicità e la corruzione degli adulti. In tutto viene ben espresso dalla famosa frase contenuta dentro “Il corpo” di King:

Non ho mai più avuto amici, in seguito, come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, e voi?

Dall’altra parte, invece, il libro è di una schiettezza e di una onestà ammirabili. Non pretende di essere ciò che non è, non mira troppo in alto ma, con stile succinto ai limiti del colloquiale, si focalizza su ciò che più conta, la storia. Lo so, si dice sempre così. Ma stavolta è vero, giurin giurello. La storia, sì, una storia popolare ambientata in un paesino di derelitti e anime scombussolate, una storia sincera che più volte sconfina, in maniera credibile ed avvincente, nel grottesco e nel surreale.

Il tutto funziona alla grande. Ne parlo a distanza di anni dall’ultima rilettura, quindi non posso dare riferimenti troppo precisi. La trama esatta la si può trovare qui. A me sono rimaste le impressioni, non i dettagli. Lincantesimo muto della palude. La notte di terrore dentro la scuola. La cattiveria di Pierini. La vicenda sconclusionata della catapulta, degna di Douglas Adams. L’assurdo sesso nelle acque termali. La vasca della professoressa. Sua madre. La grottesca scena dei poliziotti che fermano l’auto del figlio di papà, e le risate che mi ci sono fatto. Il doloroso epilogo. Il “cazzo!” pronunciato dopo aver letto le ultime parole e aver chiuso il libro la prima volta.

Ho paura di cadere nel sentimentalismo più becero, ma non posso farci niente. “Ti prendo e ti porto via” è uno di quei libri “per sempre”, che, una volta letti, lasciano dentro un’impressione imperitura. Chi si ricorda, ancora oggi, a distanza di anni e anni, e anni, la magia dei bambini di “It” alle prese con la costruzione della diga nel bosco, forse può comprendere ciò che sto dicendo.

A tal proposito:

“[…] quel misero gruppuscolo di nati perdenti con il loro piccolo club segreto in quella località nota come i Barrens, i “brulli”, buffo nome per una zona così lussureggiante di vegetazione. A credersi esploratori nella giungla, o genieri della
Marina americana a disboscare un atollo nel Pacifico per una pista datterraggio tenendo testa ai giapponesi; a immaginarsi costruttori di una diga, cowboy, astronauti in un mondo di giungla; a inventarsi di tutto e tutto si poteva inventare, ma sempre senza dimenticarsi di quello che stavano facendo veramente: si nascondevano dai ragazzi più grandi, si nascondevano a Henry Bowers e Victor Criss e Belch Huggins e tutti gli altri. Che branco di miserevoli erano stati: Stan Uris con quel nasone da ebreo; Bill Denbrough che a parte “Hi-yo, ragazzi” non sapeva dire niente senza balbettare così spaventosamente da farti torcere le budella; Beverly Marsh con i suoi lividi e le sigarette nascoste nella manica arrotolata della camicetta; Ben Hanscom, così grosso da sembrare una versione umana di Moby Dick; e Richie Tozier, con quei fondi di bottiglia che aveva per occhiali e i suoi voti da primo della classe e la sua lingua saggia e quella faccia che sembrava supplicare di essere squinternata e ricomposta in forme nuove ed eccitanti. Cera una parola per definirli? Oh sì. Cè sempre una parola. Nel loro caso era impiastri.”

(Stephen King, IT)