Pirlo, Hornby, DeLillo e Eshkol Nevo

Letture leggerine. Effetto post-Infinite Jest.

Il libro di Andrea Pirlo, Penso quindi gioco, non è davvero niente di che. Ora, lo so, lo so: che ti aspettavi da un calciatore? Un Delitto e Castigo? No no no. Ma Pirlo sembra (è) un personaggio un po’ fuori dal comune, e anche il suo stare in campo dimostra un’intelligenza rara – nel gioco e nei comportamenti. Forse si meritava qualcosa in più di queste pagine superficiali e sciatte, scritte (da un giornalista) solo per chi legge (forse) un libro ogni decennio. Operazione puramente commerciale. Qualche aneddoto carino, ma davvero niente di memorabile.

Tutti mi danno del bastardo di Nick Hornby è una chiara presa per il… giro. Un raccontino insipido che qualunque scarso scrittore potrebbe scrivere in un paio di giorni. Con la mano sinistra. Con un occhio chiuso. Con l’area di Broca parzalmente lesionata. Mentre guarda Biscardi alla tv. Dispiace che Hornby, uno che ha prodotto storie indelebili come Alta fedeltà, About a boy e Febbre a 90, sia costretto a tirare avanti la carretta pubblicando pagine così inutili. Pagine offensive. Chiaro esempio di ispirazione che ha fatto ciao ciao con la manina.

Cosmopolis è il mio primo DeLillo e non posso dire che sia la fine del mondo. Né stilisticamente né a livello di ideazione. Da un autore così celebrato e citato mi aspettavo qualcosa di più arguto e una scrittura più personale, più incisiva. Invece c’è solo un’idea carina, portata avanti con voluta confusione, tra malcelati simbolismi e scene (plateux lungo l’arrampicata verso la fine) smaccatamente cinematografiche (e infatti). Così ostentato da non saper lasciare tracce profonde.

La simmetria dei desideri, di Nevo Eshkol, è un libro leggero e piacevole la cui storia è ambientata nell’Israele dei primi anni 2000. Racconta le vicende evolutive di un gruppo di quattro amici (di quasi truebiana memoria) e affronta con sufficiente scioltezza temi anche piuttosto delicati – la vita e tutto quanto, il porsi degli obiettivi e la fermezza del caso, amori mitizzati, la morte, la depressione, l’inesorabile ciclicità dei campionati del mondo di calcio. Suppongo sia ottimo sulla spiaggia.

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McCarthy & Hornby

Libri letti nelle ultime due/tre settimane: Non è un paese per vecchi di Cormac McCarthy e Shakespeare scriveva per soldi di Nick Hornby.

Ho conosciuto McCarthy anni fa a Parigi. Nel senso che fu lì che acquistai un’edizione in lingua originale del suo The road, peraltro tra le cose più totali che la narrativa ci abbia offerto negli ultimi quindici anni. Guarda caso, The road è anche uno dei libri che – per ragioni che non condivido – Nick Hornby sconsiglia di leggere nella sua raccolta di (quasi) recensioni scritte per il The Believer intitolata Shakespeare scriveva per soldi. Dello stesso autore ho poi affrontato Suttree, un buon romanzo che mi son trovato ad abbandondare troppo presto – mal si incastrava in quel particolare periodo personale – e sul quale potrei tornare in futuro. Non è un paese per vecchi è snello, essenziale e solido, proprio come il film che ha ispirato. E’ un rincorrersi – uno sfuggire alla fatale falce – per le strade d’America passando attraverse le moquette dei più anonimi motel, è la logica conseguenza di una manciata di scelte sbagliate, ha rimembranze trumancapotesche e un personaggio – Anton Chigurh – che ormai fa parte dell’immaginario collettivo assieme alla sua improbabile arma. Si legge in tre giorni e, al netto di qualche nostalgismo di troppo, è di forte impatto.

Shakespeare scriveva per soldi è, come detto sopra, una raccolta di recensioni – o meglio, di striminziti e divertenti commenti – che Nick Hornby ha scritto per alcuni anni per il The Believer. In passato aveva già pubblicato qualcosa di simile: mi riferisco all’ottimo Un anno da lettore. Se state attraversando un periodo di scarsa propensione alla lettura e vi sentite persi, inutili e prossimi alla morte cerebrale, potete dare un’occhiata a cose così. Con me funzionano alla grande. Non ho letto quasi nessuna delle opere che Hornby cita in Shakespeare, eppure il suo entusiasmo, la sua leggerezza e la sua capacità di integrare ogni lavoro – dal manuale per l’uncinetto ad un serioso classico russo – all’interno del suo percorso esistenziale, sono a mio modo di vedere invidiabili, trascinanti e – sì – motivanti. E alla fine, devo ammetterlo, mi son pure messo a cercare alcuni dei lavori che più lo hanno entusiasmato. Pollice su, senza alcun dubbio – discorso insopportabile su The road ovviamente escluso.

Ultime letture

La vita davanti a sé, di Romain Gary. Lo consigliavano in diversi (tra cui lui) e, alla fine, sì, l’ho letto. Il libro narra la storia (o meglio, parte della storia) di Momo, un ragazzino arabo che vive all’interno della banlieu di Belleville (Parigi), dove brulicano persone di ogni etnia, religione e sfumatura di sesso. Momo non ha madre né padre (si autodefinisce ‘figlio di puttana’ sapendo di non allontanarsi troppo dalla verità) e viene accudito da una anziana e ormai obesa prostituta ebrea, Madame Rosa. Mentre la donna si avvicina alla morte, il narratore Momo, che sogna di diventare bravo come Victor Hugo, si accorge di aver stabilito con la donna un legame incredibilmente intenso e vitale e comincia a realizzare che Madame Rosa è tutto ciò che ha al mondo, tutto ciò che lo ha salvato e lo salva dalla più completa solitudine. E’ la sua unica famiglia. Realismo a iosa, momenti di maldestro pragmatismo e tanta umanità. Davvero un buon libro.

E’ nata una star?, di Nick Hornby. Grazie a (o per colpa di) una vicina impicciona e pettegola Lynn scopre che il proprio figlio Mark ha partecipato come attore protagonista, viste le sue doti non comuni, alla realizzazione di un film pornografico. La cosa inevitabilmente (o no?) sconvolge la donna, che si trova a doverne parlare con marito Dave e poi col figlio stesso, mentre comincia a riorganizzare il mondo attorno a sé sulla base della novità. Librino leggero leggero che si consuma in un paio d’ore. A tratti simpatico, non ha poi così tanto da offrire. Non spendeteci soldi.

Il disagio della libertà. Perché agli italiani piace avere un padrone, di Corrado Augias. Il titolo del saggio dice già tutto, credo. Talvolta è a mio parere fin troppo moralistico, ma nel complesso – per quanto mi riguarda – ha rappresentato un buon ripasso delle vicende avvenute in alcuni fondamentali periodi storici dell’Italia, utilizzati per fare parallelismi con i mali italiani odierni.

Su e giù, qua e là.

Venerdì sera nell’immediato dopo-cena ero a Firenze in libreria. Stavo avviandomi verso le casse con “Imperium” di Kapuscinski in mano. Quel libro avrebbe continuato a tenermi ben saldo dentro il caotico universo dell’URSS in disgregazione, popoli spostati qua e là come pedine su una scacchiera, rivendicazioni d’indipendenza, derussificazioni varie: sarebbe stato un altro punto di vista – ancora più interno – su ciò che successe diciassette, diciotto anni fa. Poi mi son reso conto che era l’ora di cambiare rotta, che cominciavo a non averne più, che poteva bastare: proprio in zona Cesarini son tornato indietro, ho rimesso il  volume al suo posto (beh, almeno spero) e ho cercato altro. Ho preso “Un ragazzo” di Hornby. Il libro l’avevo letto dieci anni fa perché qualche buona anima me lo prestò, il film (“About a boy“) l’avrò visto quelle duecento volte. Sì, non so resistere alle commedie inglesi con Hugh Grant, quelle in cui lui fa più o meno sempre la stessa parte e che hanno più o meno tutte la stessa struttura narrativa. Mi piacciono molto. Ho preso l’edizione TEA a cinque euro solo perché volevo averlo, non credevo che mi sarei rimesso a leggerlo. E invece. L’ho cominciato con scetticismo, supponendo che non ci avrei trovato tutto ciò che ci trovai allora. E invece. Sorpresa. Non ci sono ancora rughe sul volto di quella storia.Tra gli usati qua e là ho preso “Pianeta a sorpresa” di John Brunner, Pocket Fantascienza, Edizione Longanesi, stampato nel 1975 (prima o poi leggerò anche il suo acclamatissimo “Tutti a zanzibar“, ma non lo trovo facilmente) e “Lolita” di Vladimir Nabokov (cristo, di nuovo un russo), Mondadori, stampato nel 1966,  se possibile reso ancora più celebre da Kubrick. E, non so neanche perché, mi son trovato in mano pure “Storia della filosofia greca” di De Crescenzo. Due euro. E’ che De Crescenzo m’è sempre rimasto simpatico, ecco.

Il tutto viene ottimamente condito dai due retroascolti del momento: “The soul cages“, Sting e “Selling England by the pound“, Genesis. Periodo SlowListening.

Il nuovo libro di Hornby.

Tutto per una ragazza“. Mah, non proprio convincente. Lo scrittore inglese da due o tre romanzi in qua sembra aver smarrito verve e sicurezza. E’ diventato fin troppo buonista (chiariamo: non s’è comunque rincitrullito come un Coelho qualsiasi) e  infarcisce i suoi libri di colpi di scena che hanno il sapore dell’artefatto, del troppo forzato, del pretestuoso. Il suo ultimo lavoro, appena uscito, è un romanzo di formazione che gira attorno – con un certo saggio distacco – ad uno dei problemi più attuali dellInghilterra. Le gravidanze precoci.
Al di là del tema (non leggo quasi mai la trama o l’argomento trattato prima di comprare un libro, non penso che siano elementi decisivi, lo stesso vale per i film) il libro manca di momenti importanti, spesso è banale e, cosa assai grave per l’autore di “Altà fedeltà” e “Febbre a novanta”, non fa ridere per niente. Ho come il sospetto che Hornby abbia finito le cose da dire. O forse, cerchiamo di metterla così, io sono solo fuori target.