Pain of Salvation – In The Passing Light of Day

pos-copertina

Colpa di un batterio. Qualcosa che di punto in bianco comincia a mangiucchiarti la carne della schiena – dal buco dice si scorga la colonna vertebrale – e che ti rinchiude in una corsia ospedaliera per mesi e mesi. E che in certi momenti ti fa persino pensare che insomma – my friend, this is the end. Un batterio, e puoi restarci secco, e salutare moglie e figli, e l’incanto dei laghi ghiacciati svedesi, e la musica, e l’ambizione giovanile (chissà se cessa mai) di mettere in piedi la miglior rock band del pianeta. Un batterio, e tutto finisce.

Per dire che Daniel Gildenlöw, il gentile mastermind dei Pain of Salvation, l’ha scampata bella. Poi la riabilitazione, il fiato corto, la fatica per tornare in forma e – l’altro estremo – il culto del corpo, il modellamento dei muscoli, lo sciorinare baldanzosi pettorali in faccia alla stronza con la falce.

I was born in this building / It was the first Tuesday I’d ever seen / And if I live to see tomorrow / It would be my Tuesday number: 2119

Questo l’incipit letterario di In The Passing Light of Day, il nuovo album dei Pain of Salvation, sulla cui copertina figura il figlio di Daniel intento a dipingere un sole sulla schiena ipertrofica del padre. Guarda caso. Un disco (al solito) concettuale che parla di tutto ciò – del batterio, del dolore, della speranza. Un disco sulla morte, sulla vita, sull’amore. Ma non tratta essenzialmente sempre di questo, l’arte, secondo il noto luogo comune?

Via la rabbia politica di Scarsick (validissimo), ridimensionate le influenze grungy e zeppeliniane dei due Road Salt (altri lavori di gran classe), un riesumare il folle incedere poliritmico dei primi quattro album, un certo lavoro di compattamento e di meshugghizzazione dei suoni, qualche solita inusuale trovata, e una decina di scintillanti canzonied eccovi servito In The Passing Light of Day.

Che inizia con i dieci minuti martellanti di On a Tuesday, squarciata un paio di volte da un piano commovente che svelto innesca il pensiero felice – ci siamo –, e prosegue (tra le altre) con i chiaroscuri sessuomani di Meaningless, col lento stranamente trattenuto ma efficace Silent Gold, con le atmosfere tipo Remedy Lane di Full Throttle Tribe, nove minuti di variazioni e di magistrale cantato, con la sdegnata potenza di Reasons (Are we happy? As if anyone could ever be). E poi, a introdurre una seconda parte meno compressa e furente, arriva Angels of broken things, pezzo delicato su cui si stampa l’unico torrenziale assolo dell’album. Notevole anche If This Is the End, prima sepolcrale e in seguito insospettatamente dinamica e trascinante, quasi RATM. Eccetera eccetera. Discorso a parte merita il quarto d’ora finale della (quasi) title track, dilatata ballad dal cuore spasmodico, melodia già immortale, estremo lancinante dialogo con la compagna di sempre (Do you remember us? / That first January / You had just turned nineteen / I was soon to be twenty / We fed on politics and poetry / Two children fueled by unbroken dreams), col testo che, sarò io, mi rimanda alle pennellate autobiografiche di un Hogarth.

In The Passing Light of Daycioè tempi dispari a rendere le cose un filo sghembe e sfuggenti, mille trasformazioni vocali (comprese quelle perforanti della new entry Ragnar), un avvicendarsi di acustico ed elettrico, di macchina e bucolico, di tensione e rilascio, e l’empatia doverosa, e la cronica tendenza painofsalvationesca a sporcare tutto ciò che potrebbe apparire eccessivamente cristallino e dunque inautentico.

In The Passing Light of Daycioè contemporaneità. Come sempre. Perché è come se ci fosse, nei POS, qualcosa, nella freschezza dei suoni e nella narrazione bipolare, che s’incastra tutte le volte e perfettamente nel qui-e-ora. Contrappuntare il divenire, esplicare l’attimo tramite esatta metafora, impugnare e poi sgretolare angosce e tumulti di un qualsiasi presente. Puntuale catarsi, o qualcosa del genere – che si parli di sodomia o aborto, di guerra o di taxi ungheresi. Se gli dai il tempo necessario funziona sempre.

In The Passing Light of Daycioè un gran disco rock, non metal, non djent, non progressive qualcosa, rock, rock, rock, rock! pensatelo urlato da Bill Hicks.

Perché hai presente, Daniel, quel piccolo fanciullesco sogno di diventare la miglior rock band del pianeta?

Hai presente?

Ebbene, ce l’hai fatta. Per me ci sei riuscito alla grande. E se il pianeta non se n’è ancora accorto, pazienza.

Tanto peggio per il pianeta.

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Meaningless

In the passing light of day è il nuovo disco dei Pain of Salvation – per chi scrive, una delle migliori rock band degli anni 2000. Esce i primi giorni del 2017. L’album è anticipato da questo pezzo che in un primo tempo ho percepito come bizzarro ma che a lungo andare sto finendo per adorare. Quattro strani minuti che racchiudono quello che sono i POS, la tecnica e la passione, la melodia e l’inquietudine, quell’idea di rock raccolto alla Pearl Jam* e allo stesso tempo l’ambizione di andare oltre, di integrare nel suono tutte le variegate esperienze passate – avete presente quanto è complessa ed eterogenea la loro discografia?

Insomma: l’attesa non poteva cominciare in modo migliore.

* sì, ce li sento sempre più spesso (il ritornello?), anche se i POS negli ultimi 15 anni hanno prodotto lavori di qualità ben superiore a quelli della band di Seattle.

Caucasia is listening

Combo obbligatoria. Ormai quando ascolto Kingdom of loss (dal – a tratti – geniale Scarsick) dei Pain of Salvation, penso a questo sketch di Bill Hicks. E viceversa. Il testo dei POS può essere – forse non a torto – accusato di retorica, di demagogia e di tutto quel che volete, ma ogni tanto è buono – credo – ristabilire qualche principio.

Someone sells us Toys™ in a cheap cartoon
Someone sells us Cars™ in the latest Bond™ that’s coming soon
Someone sells us Trends™ through a sitcom star
Someone sells Herself™ in a docu-soap that goes too far

Life™ on sale!

“Could someone please just tell me what happened?
I mean, first we pay for fast-food that will make us all fat and tired.
So then we pay for elevators, so we won’t have to climb the three stairs up to our apartments.
Then we buy freaking stairmaster™ machines
So we can burn away while watching someone make real food on TV.
Now, if that doesn’t make us winners I don’t know what will.
I bet we would hang ourselves if the world would just cut the slack.
And now you think maybe you should see a shrink,
Help you feel alive again – yeah, that’s a plan!
Just tell us who to pay.

Someone sells us Man™ in a White House™ speech
Then Woman™ tightly pressed between two bouncing breasts, on a Baywatch™ beach
Someone sells us Us™ everywhere I turn
Then introducing Them™ to earn stock-points on our concern

All for sale, all for sale

Welcome down to planet Earth™
Please don’t ask us what it’s worth
You will notice that the world you found
Is slightly tattered and worn down

Someone sold us every stain
Now if you wish to complain
There’s an open spot at 6 PM
It’s when Caucasia is listening

If you’re tearing down my world
Please just try to do it gently
There is love inside
For a dream that has to die

“See, it’s really all about time and choice.
The fast food saves us enough time to squeeze lunch in exactly when we want it.
The elevators save us just a little more, the StairMaster™ lets us choose exactly when to walk the stairs.
Time is so important these days, it’s becoming a fucking disease, and I guess in a way it is since it’s bound to kill us all in the end.
Now with all the time and money we stash away on others’ expense,
I can only assume that the tickets to hell are really expensive.
For some reason, it’s important to be first in line.”

Someone sells us God™ in 2-for-1 with Shame™
Someone sells us War™ and the marketing looks just the same
Someone sells us Fear™ on TV each day
a shape for every taste; if the flavour’s right, we gladly pay

All on sale,
We’re all on sale,

Welcome to the only Earth™
Please enjoy your only birth
You will learn to take more than you give
Buying scars you must live with
Someone sold us every scar
They somehow made us what we are
We all want that spot at 6 PM
But no one is really listening

No – not anymore
We’re all too busy buying Sex™, buying War™
Buying Self-confidence™, Security™, Insurance Plans™
Just buying More & More™

As you’re tearing down our world
Please just try to do it gently

There’s still love inside
For the dream that has to die

As you’re tearing down our world