Picture you

Atmosfere estremamente rilassate, suoni acquei che arrivano dagli anni ’70, un approccio melodico ben chiaro ma – come dire – schivo, dimesso, normalizzato in fase di missaggio. Niente che ti si stampi all’istante in testa. I The Amazing sono il Mio Gruppo del Momento. Svedesi, etichettati da Ondarock come psych-pop, shoegaze, prog-rock, a mio parere rappresentano – si fa per semplificare – l’ideale e impensabile connessione tra certo hard rock (poco hard) di quaranta e passa anni fa e i Radiohead di The bends e Ok, computer (quelli migliori). Più, chiaro, diverse altre cose. Il loro recente disco Picture you possiede una grazia rara, così fuori dal tempo e in qualche modo soffice e sincero e intenso, con i suoi suoni dilatati e i suoi arpeggi semplici e pieni, i suoi crescendo strumentali un po’ ingenui, la sezione ritmica dal sapore jazz, le voci pervasive e sciolte a sfiorare i nervi giusti, ed è, Picture you, un album a suo modo alieno e (sì) molto bello che non si smetterebbe mai di ascoltare e riascoltare. Di una avvenenza istantanea e al limite del lacrimevole. Per citare Pitchfork:

Discussion of Picture You can only end up with slack-jawed remarks about how goddamn pretty it is. Stranger still is how the adverbs you’d feel tempted to latch onto that superlative somehow makes that seem like a bad thing: “obscenely pretty,” “ridiculously beautiful,” etc.  But the Amazing specialize in a beauty that isn’t airbrushed or slick or antiseptic, the kind captured by lad mags or Trevor Horn, everything exaggerated to emphasize its status as eye or ear candy. Nor is it smudged or vaporous like shoegaze. It doesn’t even make a full attempt at an au naturel realism of folk or the otherworldliness of psych-rock, though it does touch on those aspects. Picture You is elemental rock—earthy, molten, aquatic, but using each of their qualities to soothe rather than destroy or intimidate.

Annunci

I’m far from sober, and she’s far from sane

Dopo il nuovo ottimo Mastodon, ecco arrivare fresco fresco Road Salt II dei Pain of Salvation. Per la gioia di grandi e piccini.

E’ un gran bel disco. Da qualche parte ho letto che mentre il primo capitolo, uscito un paio di anni fa e da me apprezzato con colpevole ritardo, poteva essere considerato un disco basato sulla voce – la straordinaria, eclettica ed emozionante voce di Daniel Gildenlow -, questo è invece molto più band-oriented. E’ una definizione che tutto sommato ci sta. I suoni e la voglia di seventies e Zeppelin si ritrovano più o meno presenti anche qui, ma a fare la differenza – in meglio – sembra sia proprio il maggior coinvolgimento dei musicisti. Un pianoforte ispirato qua e là, il pulsare liquido del basso fretless, una batteria possente sui pezzi di impronta rock-blues ma anche estremamente snella quando si tratta di colorare atmosfere più jazzate o progressive. Vivacità ritmica. Amore per la variazione. Sottile fascinazione per il tempo dispari. Per tutti questi motivi Road Salt II appare più dinamico e vario del suo predecessore. Ma anche, diciamolo, plasmato da un songwriting migliore.

A ben vedere, infatti, canzoni come la cinematografica To the shoreline, come Healing Now (che fa molto Zeppelin IV), come The deeper cut o come l’eterea Through the distance raggiungono vette di forte intensità, in un modo in cui su Salt I facevano solo Sisters e poche altre. Per non parlare di gemme come la nostalgica 1979 o l’angosciata Mortar Grind. Mi sento di dire che tutto questo è materiale che potrebbe piacere anche ai vecchi fan dei Pain of Salvation. Quelli delusi dall’essenzialità improvvisa del fragoroso Scarsick e, soprattutto, da Road Salt I. Forse questo disco ha qualcosa – ma solo qualcosa – anche per loro.

Ciò nonostante, rimangono davvero pochi i punti di contatto con la precedente vita artistica degli svedesi. Rovistando bene, ma bene, si può ritrovare qui quella passione che aveva reso già One Hour by the Concrete Lake – disco al momento lontanissimo – all’epoca così popolare e speciale. Parlo di quella passione (sesso, sangue, violenza, traumi infantili, dolore e voglia di trascinarsi avanti nonostante tutto) che è il vero marchio di fabbrica di una band che ha comunque, inevitabilmente, cambiato pelle. Inutile girarci intorno, inutile raccontarsi frottole. Adesso è pratica, solida, più grezza, a tratti meravigliosamente vintage. Personalmente, si sarà capito, ne sono contentissimo. Adesso voglio sentire questa musica.

E proprio adesso, per esempio, voglio risentire la sontuosa The Physics of Gridlock. Sunto di classe come pochi.

Quel ritornello, dio. Quel ritornello è i Pain of Salvation. Ancora oggi. Nonostante tutto.

Christ, what have you done?

Una delle canzoni più efficaci ed emozionanti dei Rush è The Pass, dal sottovalutato Presto. Un brano di fronte al quale la band stessa – com’è noto, un trio di musicisti eccellenti – sembra quasi farsi da parte, per destinare il palcoscenico ad una melodia solenne e a un tema, quello del suicidio adolescenziale, già di per sé assai ingombrante.

Questo brano apparentemente semplice è invece pieno di suggestioni, di visioni, di idee. A volte mi sono trovato ad ascoltarlo per 3 o 4 volte di fila, lasciando che le varie immagini si alternassero nella mente. L’argomento, come detto, è quello del suicidio giovanile: nel testo Neil Peart cerca di demistificare (e depotenziare) il fenomeno, prendendo per le corna l’idea tipicamente rock secondo cui “è meglio bruciare in un attimo che spegnersi lentamente”. Si tratta di un testo per certi versi assai controcorrente e, paradossalmente, parecchio coraggioso.

The Pass è una canzone che rimane. Di quelle che fanno la differenza. Quando Geddy Lee la annuncia in Rush in Riodi fronte a decine di migliaia di brasiliani in delirio – rivela che si tratta di una delle loro preferite in assoluto. Stessa cosa peraltro scritta a più riprese nei libri di Neil, che dice: “It still brings a tear to my eye to play that song, I think that’s one of our better crafted ones lyrically and musically“.

Ne potrei dire tante, su questo pezzo. E certamente ne dimenticherei altrettante.

Diciamo che l’incipit

Proud swagger out of the schoolyard
Waiting for the world’s applause
Rebel without a conscience
Martyr without a cause

mi rimanda ai tempi del liceo, e a come fosse (talvolta) cool per taluni isolarsi dagli altri, fuori dalla scuola, aspettando l’applauso del mondo. Sentendo queste parole, io rivedo le scene.

La strofa successiva

Static on your frequency
Electrical storm in your veins
Raging at unreachable glory
Straining at invisible chains

descrive in maniera impareggiabile, in poche parole, l’inquietudine tipicamente adolescenziale.

And now you’re trembling on a rocky ledge
Staring down into a heartless sea
Can’t face life on a razor’s edge
Nothing’s what you thought it would be

Su you’re trembling on a rocky ledge l’immagine che mi salta in testa viene da un vecchio numero di Dylan Dog (letto, guarda caso, da adolescente). L’albo in questione si chiama Il lungo addio. Una vignetta mostra un giovane Dylan Dog in cima a una scogliera, indeciso se buttarsi o meno nel mare sottostante (into the heartless sea). Questi versi sono per me indissolubilmente legati a quel disegno. Scritti per quel disegno.

Poi, dopo il ritornello (wikipedia dice: “the lyric “All of us get lost in the darkness/Dreamers learn to steer by the stars/All of us do time in the gutter/Dreamers turn to look at the cars” references a line from Oscar Wilde‘s play Lady Windermere’s Fan“), abbiamo:

Someone set a bad example
Made surrender seem all right
The act of a noble warrior
Who lost the will to fight

e

No hero in your tragedy
No daring in your escape
No salutes for your surrender
Nothing noble in your fate
Christ, what have you done?

che sono, credo, sufficientemente eloquenti. Il pensiero di Peart riguardo alla mitizzazione del suicidio (il quale ha o potrebbe avere secondo lui lontane radici socio-culturali) è qui più chiaro che mai. Tra i commenti al testo che ho trovato su Songmeaning mi sento di condividere questa parte:

Christ is, after all, probably history’s most famous martyr. In the lines leading up to that final line, the writer is advising anyone contemplating suicide (or martyrdom) that there is nothing glorious in killing yourself. Finally, in that last line, the writer exhorts Christ himself, for it is his martyrdom that makes suicide an appealing option for some people–i.e., “what have you done, Jesus, when by your example you make people think martydom is OK?” An interesting question and I think it’s consistent with Neil’s own personal conflict or disagreement with religion.

Ma non tutto è così semplice. Leggendo Ghost Rider, ci si accorge infatti che l’approccio di Neil verso l’atto suicida potrebbe essere nel tempo mutato. Come è noto, questo libro è stato scritto in occasione del viaggio che Peart ha compiuto, da solo in moto, tra Canada, Stati Uniti e Messico, nel momento in cui ha perduto a distanza di pochi mesi l’unica figlia (incidente d’auto) e la moglie (cancro). La duplice tragedia arriva diversi anni dopo la scrittura di The Pass. Nel volume, una specie di diario di viaggio farcito di riflessioni esistenziali, il batterista e paroliere dei Rush racconta che a un centro punto, all’interno di un bar, realizza che stanno passando una canzone dei Nirvana. E’ una delle pagine più intense del libro. In quel momento il pensiero dello scrittore corre subito a Cobain e al suo suicidio, avvenuto qualche anno prima. Contrariamente a quello di The Pass, il Peart di Ghost Rider non ha voglia di svelare il suo punto di vista morale. Non vuole giudicare. Prende solo atto del paradosso di chi si toglie la vita e lascia al mondo una bambina e una moglie e di chi, invece, è costretto a vivere la situazione opposta. Pur non sapendo se e come ricominciare. Pur se l’indecente pensiero di farla finita, insomma, ogni tanto fa inaspettatamente capolino. E chi l’avrebbe mai detto.

The Pass è un capolavoro per tutti i motivi suesposti, per le visioni che sa veicolare. E per altre ragioni, più legate all’arrangiamento e alla melodia. Per il solo semplice e azzeccatissimo di Lifeson. Tre note e ti spacca in quattro. O per la batteria che si schianta sulla parola slam (the door). O per il modo struggente in cui Lee dice All of us get lost in the darkness.

Tra i commenti al video su YouTube ho trovato questo: “It’s kinda cool that this song might have saved a life somewhere“. Be’, sì, ha ragionissima. E’ davvero straordinario pensarlo.