Filogenesi e odore delle mani

L’articolo di New Scientist dice che:

You won’t believe you do it, but you do. After shaking hands with someone, you’ll lift your hands to your face and take a deep sniff. This newly discovered behaviour – revealed by covert filming – suggests that much like other mammals, humans use bodily smells to convey information.

Altre tracce del nostro passato evolutivo. Il video non potrebbe essere più chiaro al proposito:

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Dismorfismi corporei preadolescenziali

Beating with life you promised life,
security, happiness.
Unfortunate son cornered,
cowering in the pit of
circling panes of glass that
surround and reveal the ever present “It”.

“It” is my move, my every look,
interpreting gestures,
informing other
what’s undercover and
lurking beneath my mask
of this year’s featured model.
Is this too much?

                                          Queensryche, I am I

Capita che senti, come fanno di continuo, i bambini di dieci anni parlare di fidanzatine e cose simili. “Io ne ho una”. “Io l’ho lasciata ieri. Mi ci ero messo assieme ieri l’altro”. “Io ne ho una di prima media” (e quindi, ovviamente, sono il più ganzo della compagnia). E così via. Cose che, ve lo garantisco, spesso ti fanno piegare dalle risate. E capita anche che un bambino della medesima età si avvicini a te – spontaneamente – e ti confessi qualcosa come: “Io non ne ho. Sono brutto e poi non profumo come gli altri bambini. Alle ragazze piacciono i bambini profumati“. E capita, sì, di rimanerci secchi. Intuendo quello che possa essere il mondo interiore di quel bambino. Immaginando in quante situazioni questa convinzione disadattiva si sia purtroppo autoconfermata. Prefigurando quello che potrebbe essere il suo futuro. Osservando come la sua credenza non venga scalfita da rassicurazioni e spiegazioni razionali. A dieci anni essa è già ben radicata e solida. Lui si sente inguardabile e questo tenderà a influenzare – in una misura speriamo non decisiva – una buona porzione della sua vita. Welcome down to planet Earth.

Il libro più interessante – forse l’unico, ora che ci penso – che ho letto sull’argomento è abbastanza tecnico ed è I disturbi dell’immagine corporea, scritto da un mio (ex) professore, Davide Dèttore. Ma in rete ho trovato un video (una conferenza formato TED) che riassume in maniera efficace alcuni degli argomenti legati a questi problemi. Lei è molto brava, sia nel lavoro di sintesi sia in fase di esposizione.

L’onda

Agli inizi degli anni ’70 il professore di psicologia Philip Zimbardo condusse un esperimento, poi passato alla storia delle scienze sociali, in cui si voleva indagare quanto le norme e i ruoli imposti dalla società all’individuo finiscano per condizionare i suoi comportamenti e quanto il fatto di far parte di un gruppo ampio (folla) tenda a portare i soggetti alla deindividuazione e a produrre azioni antisociali e non responsabili. L’esperimento, noto come Esperimento Carcerario di Stanford, fu condotto nel seminterrato dell’Istituto di psicologia dell’Università di Stanford, dove venne ricreato in maniera convincente l’ambiente di un carcere.

Cosa comportava il disegno di ricerca e quale fu il metodo adottato? Cito Wikipedia:

Fra i 75 studenti universitari che risposero a un annuncio apparso su un quotidiano che chiedeva volontari per una ricerca, gli sperimentatori ne scelsero 24, maschi, di ceto medio, fra i più equilibrati, maturi, e meno attratti da comportamenti devianti; furono poi assegnati casualmente al gruppo dei detenuti o a quello delle guardie. I prigionieri furono obbligati a indossare ampie divise sulle quali era applicato un numero, sia davanti che dietro, un berretto di plastica, e fu loro posta una catena a una caviglia; dovevano inoltre attenersi a una rigida serie di regole. Le guardie indossavano uniformi color kaki, occhiali da sole riflettenti che impedivano ai prigionieri di guardare loro negli occhi, erano dotate di manganello, fischietto e manette, e fu concessa loro ampia discrezionalità circa i metodi da adottare per mantenere l’ordine. Tale abbigliamento poneva entrambi i gruppi in una condizione di deindividuazione.

I risultati furono inaspettati e inquietanti:

Dopo solo due giorni si verificarono i primi episodi di violenza: i detenuti si strapparono le divise di dosso e si barricarono all’interno delle celle inveendo contro le guardie; queste iniziarono a intimidirli e umiliarli cercando in tutte le maniere di spezzare il legame di solidarietà che si era sviluppato fra essi. Le guardie costrinsero i prigionieri a cantare canzoni oscene, a defecare in secchi che non avevano il permesso di vuotare, a pulire le latrine a mani nude. A fatica le guardie e il direttore del carcere (lo stesso Zimbardo) riuscirono a contrastare un tentativo di evasione di massa da parte dei detenuti. Al quinto giorno i prigionieri mostrarono sintomi evidenti di disgregazione individuale e collettiva: il loro comportamento era docile e passivo, il loro rapporto con la realtà appariva compromesso da seri disturbi emotivi, mentre per contro le guardie continuavano a comportarsi in modo vessatorio e sadico. A questo punto i ricercatori interruppero l’esperimento suscitando da un lato la soddisfazione dei carcerati, ma dall’altro, un certo disappunto da parte delle guardie.

L’esperimento portò a concludere che, generalmente, in una situazione sociale, un soggetto tende a perseguire quei valori previsti dal ruolo che si è scelto o che gli è stato imposto. Inoltre si notò che, quando si trova a dover agire come membro di un (ampio) gruppo, lo stesso soggetto tende a comportarsi in maniera deresponsabilizzata. E’ il processo di deindividuazione. Secondo Wikipedia:

Il processo di deindividuazione induce una perdita di responsabilità personale, ovvero la ridotta considerazione delle conseguenze delle proprie azioni, indebolisce i controlli basati sul senso di colpa, la vergogna, la paura, così come quelli che inibiscono l’espressione di comportamenti distruttivi. La deindividuazione implica perciò una diminuita consapevolezza di sé, e un’aumentata identificazione e sensitività agli scopi e alle azioni intraprese dal gruppo: l’individuo pensa, in altri termini, che le proprie azioni facciano parte di quelle compiute dal gruppo.

A questa ricerca – alla quale si sono ispirati diversi film, tra i quali il più famoso è probabilmente The Experimentho pensato ieri sera quando ho visto L’onda, pellicola trasmessa da Rai Movie. Ci ho trovato molte similitudini con l’esperimento di Zimbardo. Si tratta di un film, girato e realizzato in Germania nel 2008, nel quale si racconta la storia di un esperimento condotto in una classe di adolescenti da un professore che intende mostrare ai propri (inizialmente scettici) studenti come sia possibile metter in piedi un regime dittatoriale sulla base di pochi essenziali concetti e regole.

Per risparmiare tempo, mi appoggio ancora a Wikipedia:

Durante la settimana a tema, un insegnante di una scuola superiore tedesca, Reiner Wenger, si trova a dover affrontare il tema dell’autocrazia, benché egli avesse preferito quello dell’anarchia, più vicino ai suoi ideali. Gli studenti, inizialmente annoiati dall’argomento, non credono possibile che una nuova dittatura possa essere instaurata nella moderna Germania, poiché la gente ha imparato dagli errori del passato. L’insegnante decide allora di organizzare un esperimento, in modo tale da dimostrare agli allievi come le masse possano essere facilmente manipolate. L’esperimento coinvolge la classe stessa e ha inizio con la scelta di un leader, il quale viene individuato nell’insegnante, e l’imposizione di alcune regole basilari. Wenger per far sì che la classe cominci ad essere più unita, cambia la disposizione dei banchi, in modo tale che i gruppetti di amici vengano stravolti e gli studenti meno bravi possano trovarsi vicino a quelli più preparati, insegnandosi l’un l’altro e migliorando nel complesso i risultati della classe. Infine, quando gli studenti vogliono dire qualcosa ad alta voce, devono alzarsi in piedi e dare risposte brevi e concise. Wenger mostra inoltre ai suoi studenti come l’effetto di marciare all’unisono possa farli sentire un’unica entità. Il passo successivo all’identificazione del gruppo, è quello di dargli un nome, scelto tra varie proposte degli studenti e selezionato tramite votazione. Viene scelto “L’onda” (“Die Welle”). Viene ideato anche un apposito logo. Ogni studente dovrà poi indossare una sorta di divisa, costituita da camicia bianca e jeans, in modo tale da rimuovere le distinzioni individuali e di classe. Inoltre viene inventato un saluto, ovvero la simulazione, fatta con il braccio destro, di un’onda. Due ragazze, Karo e Mona, non accettano le decisioni del gruppo e abbandonano l’esperimento, disgustate da come la classe abbia abbracciato in modo acritico gli ideali dell’Onda. I ragazzi del gruppo iniziano a diffondere nell’intera città il logo dell’Onda per mezzo di adesivi e bombolette spray, verniciando addirittura le impalcature che nascondono il municipio. Iniziano, inoltre, a tenere feste in cui solo i membri del movimento sono autorizzati a partecipare, osteggiando e discriminando tutti gli altri. Un giovane in particolare, Tim, un ragazzo che sin dall’inizio del film si capisce essere insicuro, sottomesso al più forte e anche psicolabile, inizia a identificarsi in modo ossessivo col gruppo, visto che soltanto al suo interno riesce a sentirsi finalmente accettato. Egli si propone perfino di diventare la guardia del corpo di Wenger.

Nel film – che ho trovato stimolante nonostante diverse palesi estremizzazioni – la situazione finisce per sfuggire di mano al professore e la fede cieca nella potenza e nella missione dell’Onda (vedi esperimento di Zimbardo) porterà a tragiche conseguenze, sulle quali non mi soffermo per non rovinare il finale a chi vorrà guardarlo. La visione è ovviamente consigliatissima: ho sempre la speranza (l’illusione) che questi film e che questi esperimenti (e, perché no, certi romanzi di fantascienza), svelando i meccanismi di formazione del pensiero unico, possano fungere da vaccino contro l’emergere – in situazioni di generale insoddisfazione – di figure autoritarie e regimi totalizzanti. Con me tutto ciò ha sempre funzionato: come George Carlin, anche io diffido dei gruppi con un obiettivo comune. Prima o poi indosseranno dei cappelli. Prima o poi canteranno canzoni di guerra.

Peraltro stamattina, cercando commenti e interpretazioni in rete, ho scoperto che L’onda si basa su esperimento sociale concretamente realizzato negli Stati Uniti (1967) e denominato La terza ondaUn po’ me lo aspettavo.

Una delle ultime scene della pellicola, senza dubbio la più forte in assoluto (spoiler a manetta, guardatela a vostro rischio e pericolo):

I disegni dei bambini

Il mondo disegnato dai bambini, di Tilde Giani Gallino è un saggio di psicologia evolutiva che – ma va? – analizza il rapporto spontaneo che sorge tra fanciulli e disegno, indagandone gli intrinseci aspetti creativi e comunicativi e sottolineando quanto la capacità di fissare su carta una rappresentazione mentale sia indicativa del tipo di personalità e di identità che il giovane artista/persona sta pian piano sviluppando. Si tratta di un saggio che si fa leggere con piacere e che presenta in maniera sommaria una decina di ricerche dalle quali, con la cautela del caso, si possono trarre alcune interessanti conclusioni. Tra esse la più importante è forse la perentoria smentita di una teoria stadiale dell’evoluzione del disegno, proposta da Luquet e assimilata da Piaget, secondo la quale le capacità artistiche – in questo caso, relative al saper disegnare – progrediscono con l’aumentare dell’età fino a raggiungere una sorta di perfezione nel momento in cui il ragazzo, ormai quasi adolescente, acquisisce (non si sa come) la tecnica della prospettiva. La Gallino mostra come tale teoria sia in fin dei conti assai ingenua (adultocentrica), e spiega perché, tra le altre cose, è improprio utilizzare (in senso denigratorio) il termine scarabocchio per le prime incerte linee – probabilmente, già timidi tentativi di rappresentazione – tracciate sul foglio da bambini di pochissimi anni.

Nel saggio ho trovato diversi concetti notevoli. Tra essi son rimasto colpito in particolar modo da ciò che un disegno – esaminato da una persona competente – possa davvero rivelare del mondo interiore di un bambino che magari ancora non sa esprimersi a parole. E’ questo, lo so, un argomento di cui si sente parlare spesso, anche a sproposito: personalmente non ero mai giunto a un tale livello di comprensione, ed è stato sorprendente rendermi conto dell’immediatezza (inconsapevole) con cui il bambino possa comunicare una sua gioia o un suo – magari sottovalutato – disagio attraverso un foglio e una matita. Il disegno della bambina muta che ritrae se stessa e colloca un’orrida, confusa, nervosa nube nera di fronte alla propria bocca non lo dimenticherò tanto facilmente.

Altra questione su cui si sofferma il saggio – corredato da diverse immagini – è il rapporto tra il disegno infantile e certe avanguardie pittoriche del ‘900. Non mi ero mai reso conto (mea culpa, di nuovo) di come artisti come Mirò, Picasso, Matisse e Kandinsky avessero tentato di inglobare consapevolmente, con un certo successo, va detto, alcuni degli espedienti pittorici utilizzati dai bambini nelle loro creative rappresentazioni del reale (le tecniche più copiate sono quelle della trasparenza, del ribaltamento e dell’adozione contemporanea di più punti di vista).

Nel libro c’è tanto altro ancora, naturalmente, che qui non ho il tempo di approfondire.

Non credevo, e concludo, che un argomento simile mi avrebbe preso così tanto. E che mi avrebbe spinto, alla fine, a rimuginarci sopra ancora, e ancora, e ancora. Prendiamo spunto dal libro per andare oltre. L’illusione di avere un io, di avere un’identità, di essere unici, è causata dal persistere nel tempo dei ricordi, i quali danno un senso di continuità all’esistenza. Come la maggioranza delle persone io non ho a disposizione troppe tracce mnestiche del mio avere tre, quattro, cinque anni. Molti ricordi della mia infanzia sopravvivono, quando lo fanno, al di là della soglia della mia consapevolezza. In tal senso non è una provocazione sostenere che quel bambino che ero io, quel bambino che perdura in me solo per una manciata di memorie, era ed è in buona parte altro da me. Comunque la mettiamo, mi sarebbe adesso impossibile ricordare come guardava al mondo quel Gianluca, cosa ne pensava, cosa lo stimolava, cosa lo schifava. Quel Gianluca sta scomparendo. Lo stanno divorando i Langolieri boccone dopo boccone. Un sistema per fare un po’ di luce su quel misterioso universo interiore potrebbe essere, allora, quello di guardare ai disegni che realizzava (lui) a quell’età nei contesti più disparati. Analizzati da occhi esperti (1) quei disegni, rudimentali memorie esterne, primitive annotazioni sul diario, potrebbero far in un certo senso rivivere pezzi del Gianluca di tre, quattro, cinque anni, potrebbero raccontare cosa pensasse, col suo superattivo cervello di bambino, della realtà circostante, dei familiari, delle maestre, della Teoria della Relatività. Rappresenterebbero uno squarcio su una giovanissima mente che si va dissolvendo, demolita dall’incurante passare del tempo. Le darebbero un minimo di supporto fisico. E’ presto detto: se quei disegni sono fruibili, è in (piccolissima) parte sempre accessibile la mente di quel Gianluca infante. Se vanno persi, quel Gianluca subisce un altro colpo mortale.

Semplicissimo, no?

Suona molto hofstadteriano, lo so E, forse, oddio, anche un tantino inquietante.

(1) la mia è chiaramente una semplificazione, dal momento che anche le persone competenti, per fare un lavoro adeguato e proporre interpretazioni convincenti, dovrebbero osservare il bambino mentre disegna e sostenere un colloquio con lui, una volta terminato il processo grafico, che riguardi ciò che ha disegnato.

Flesh and the power it holds

E fu così che l’avventura universitaria cominciò davvero. Primo libro con cui mi cimento (ovviamente assai in ritardo rispetto alla più scellerata delle tabelle di marcia), Principi di neuroscienze, curato da Eric Richard Kandel. Un mattone di 1400 pagine che dovrebbe rappresentare (e credo effettivamente rappresenti) una più che esaustiva introduzione agli studi sul cervello e su come la materia biologica possa dar vita al comportamento e alla vita mentale. In fin dei conti, questa è la roba che volevo studiare. Il difficile sarà, d’ora in poi, riuscire a trovare il tempo per farlo.

Nell’introduzione del libro si trova un pensiero che viene attribuito a Ippocrate (V secolo a. C.). Lo trovo di una lucidità disarmante. Qualcuno, 2500 anni fa, era già sulla strada giusta.

E’ bene che gli uomini sappiano che i piaceri e le gioie, le risa e gli scherzi così come le sofferenze e i dolori, le pene e le lacrime prendono origine dal cervello e solo dal cervello. In particolare, è solo attraverso il cervello che noi pensiamo, vediamo e sentiamo, distinguiamo il bello dal brutto, il cattivo dal buono, il piacevole dallo spiacevole… E’ il cervello che ci rende folli o deliranti, che ci ispira terrori e paure, che, sia giorno o notte, ci porta il sonno, ci fa compiere errori sconsiderati, ci rende ansiosi senza scopo, ci rende inconsapevoli, ci fa compiere atti inopportuni […].