Estremismo religioso

Sempre detto che la religione rivelata e organizzata, per avere ragione di esistere, per mantenere una sua logica interna, deve essere estremista. Aspira ad esserlo. Se non lo diviene, piano piano si smonta. La realtà progressivamente la sbriciola. E’ per questo che deve essere superata: perché può facilmente diventare pericolosa, e tende intrinsecamente ad esserlo. Quando penso all’estremismo religioso e alla sua pericolosità, spesso la mia mente va a questo video tratto da una serie di trasmissioni di Richard Dawkins (vado a memoria: The root of all evil?):

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“Joseph è quello svagato…”

Il papa si è dimesso – e la cosa, di per sé, è piuttosto insignificante. Voglio dire: ne arriverà un altro e la fiction, come la descrive il già citato Padre Pizarro in Aniene, andrà avanti senza troppi problemi.

La cosa non meriterebbe un post, che poi sarebbe solo uno dei tanti, se non fosse per il fatto che via Facebook vengo inondato e annoiato da messaggi e messaggi che vertono tutti più o meno sul medesimo argomento, con lo stesso tono speranzoso. Per molti l’augurio è quello che la Chiesa, finalmente, sappia rinnovarsi.

E io il concetto di rinnovamento della Chiesa non l’ho mai capito. Mi sfugge. Non ho mai compreso perché si ripongano tante aspettative nella capacità dell’istituzione di sapersi aggiornare, di essere in grado di allinearsi alla modernità. A che pro?

Sospetto che in troppi non abbiano riflettuto sul significato (neanche tanto) profondo dell’idea, che se abbracciata porta in ultima analisi a scontrarsi con evidenti paradossi e a demolire tutta l’impalcatura della dottrina ecclesiastica. So che in questo ambito i discorsi sensati lasciano il tempo che trovano, gli esercizi di equilibrismo della teologia fanno da sempre a cazzotti con la logica, ma io ci provo lo stesso. La cena, del resto, non è ancora pronta.

Le contraddizioni sono sotto gli occhi di tutti.

Perché l’istituzione-Chiesa, che si fonda sulla parola di (un presunto) Dio e sui precetti morali del Libro Sacro, dovrebbe attualizzarsi? Per quale motivo dovrebbe allinearsi alle istanze sociali e morali del periodo che stiamo vivendo? Cosa invoca davvero chi chiede che la Chiesa si svecchi? Qual è il significato profondo del rinnovamento di un’istituzione che si basa – o dovrebbe, secondo i credenti – su rivelazioni divine risalenti a millenni fa?

Le risposte che mi vengono a mente sono tante e potrebbero non piacere ai credenti che spingono per la modernizzazione. Soprattutto perché esse mettono in dubbio la parola di Dio. Quel che c’è scritto nella Bibbia, che fregatura, non va più bene. Oggi è inappropriato. E’ demodé. Non può essere spacciato per verità universale. E poi ci sono tanti altri motivi sui quali ci si potrebbe soffermare. Tra essi c’è la riduzione dell’istituzione-Chiesa in un – come vogliamo chiamarlo? – partito come un altro, ripulito di qualsiasi sfumatura metafisica, che si attualizza di volta in volta per cercare affannosamente un consenso in ovvio e inarrestabile calo. Che si rinnovi in tempo, sospirano. Altrimenti perderà tutti i credenti. Preciso.

Sostengo – e mi pare, ripeto, di scoprire l’acqua calda – che auspicarsi un rinnovamento da parte di una religione organizzata basata su un testo sacro significa ammettere implicitamente l’inefficacia – o l’efficacia temporalmente limitata – del messaggio originario. I paradossi che si vengono a creare sono innumerevoli.

Un banale (banale non per tutti, a questo punto) esempio può chiarire il mio pensiero.

Parliamo del solito discorso della Chiesa che si oppone alla contraccezione. Se la Bibbia (Dio) afferma che il seme dell’uomo non deve essere disperso e che i rapporti sessuali devono avere come unico fine quello della procreazione, come dovrebbe essere valutata oggi una svolta da parte della Chiesa nei confronti dell’uso del profilattico? Non sarebbe un contraddire il volere divino? Non sarebbe l’implicita ammissione che quelle del nostro Signore erano, che lui ci fulmini qui e ora, delle enormi fesserie?

Certo, l’uso del termine ‘interpretazione’ può aiutare a salvare capra e cavoli. L’ha fatto spesso e volentieri e lo farà anche in futuro: una volta dato un testo semiotico, equivocabile o meno, l’interpretazione ti permette di dirne tutto e il contrario di tutto. Eppure si tratta solo di aggiustamenti ad hoc e di letture parziali che non possono non lasciare perplessi i soggetti che hanno un minimo di senso critico.

Chi si auspica un cambiamento della morale ecclesiastica prende le distanze dalla morale veicolata dalla Bibbia. E, di conseguenza, anche dall’immaginario metafisico su cui la Chiesa ha costruito il proprio impero, a sua volta basato sulle parole del Libro Sacro. Colui che si auspica un cambio di rotta, un upgrade, tende inconsciamente a vedere la Chiesa come punto di riferimento esclusivamente morale e terreno, secolare. Una voce tra le tante o poco più, come quella del partito dei radicali o dei no global. Gli uomini che ne occupano le più alte posizioni – quei tipi vestiti in modo strano – ci ricordano cos’è giusto e cos’è sbagliato – a seconda dei tempi in cui viviamo – ma non possono spingersi oltre a questo. Non possono parlarci di un Dio che loro stessi per primi hanno messo in discussione.

(ci si potrebbe chiedere anche perché le persone sentano il bisogno di avere qualcuno che suggerisca loro cos’è il bene e cos’è il male, senza riuscire a deciderlo in maniera autonoma – ma questa è un’altra lunga storia)

Una religione organizzata, rivelata, in un certo senso funziona logicamente solo se i precetti morali di Dio – o del libro sacro – vengono interpretati alla lettera. Non si scappa. Quelle sono le volontà divine: chi siamo noi per metterle in dubbio? (“They believe the bible is the exact word of GodThen they change the bible!”) Il paradosso è che la religione funziona davvero e ha una sua coerenza interna solo – orrore! – quando è imbracciata dagli estremisti. Non disperdere il seme. Non sedere accanto a una donna mestruata. Non bere vino. Non lavorare di sabato. Prendi a sassate le adultere. Sposa l’uomo che ti ha violentato.

Sono tutte volontà del Signore.

Se gli credo, le seguo. E sono un fanatico, un fondamentalista: nel portare avanti la mia bizzarra crociata allo stesso tempo svelo le debolezze e le buffe e dolorose contraddizioni della mia fede. Se non gli credo – e sotto sotto mi permetto di pensare che siano delle scemenze, che siano tradizioni stupide, che siano retaggi di culture arretrate – mi auspico che vengano superate. E allora non mi lancio in lunghe discussioni politico-teologiche sull’indirizzo che la Chiesa deve prendere dopo le dimissioni di Ratzy. Non lo faccio perché, mentre mi aspetto e mi auguro il cambiamento, io contemporaneamente nego il dogma principale. Di che sto parlando, dunque? Qual è il nocciolo della questione? Alla resa dei conti, sto solo sprecando un sacco di parole.

Appunto.

(La cena è pronta.)

Ragione & speranza (ahimé, di nuovo)

Evolution
Evolution, di Tatyana Savina

Qualche post fa mi ero ripromesso di non entrare più in una discussione sull’esistenza di Dio (e dell’Anima) con un credente. E volevo parlarne meno anche qui dentro, dal momento che ho già detto tutto quel che dovevo dire. Avevo preso questa decisione dopo aver constatato l’impossibilità di giungere, al termine di estenuanti contrapposizioni di argomenti, a una veduta comune, a un almeno parziale accordo con chi mi stava di fronte. Le due posizioni (quella mia e quella del credente), dissi, sono di solito assolutamente inconciliabili.

Dal mio punto di vista, ripeto, ciò avviene per due principali ragioni:

1) Al mio interlocutore mancano le basi del ragionamento scientifico e logico-deduttivo. Le basi: quelle che anche io, che non ho una laurea in fisica delle particelle, credo di aver assimilato.

2) Al mio interlocutore, colto e/o intelligente, manca il coraggio di abbandonare del tutto quel pacchetto di credenze che ho in tutta fretta chiamato fattore-speranza. Lui sa di cosa sta parlando, anche se spesso apre vacue parentesi di sottigliezze teologiche, e utilizza ottime argomentazioni per dare una spiegazione alla propria posizione. Tutto ciò fino al punto in cui, per giustificare le basi del proprio credometabolizzato acriticamente e ritrasmesso in infiniti processi culturali -, se ne esce con ragionamenti in cui miscela inconsapevolmente approccio logico e desiderio. Desiderio che ci sia altro, oltre noi. E che questo altro sia proprio, spesso, ciò che abbiamo immaginato in tempi remoti, tempi di conoscenze limitate, di mitologie e sacrifici agli Dei. A questo punto la ragione cede il posto alla speranza, alla fede, e io non ho niente da dire al riguardo. Se non che, ovviamente, io la fede non ce l’ho: perché il mio cervello funziona in modo diverso.

In verità di recente mi son trovato mio malgrado invischiato, di nuovo, in un dibattito a sfondo religioso con una persona credente. Il mio interlocutore, persona colta (ben più del sottoscritto), ha finito per infilarsi dritto dritto nella seconda categoria negando l’impossibilità delle neuroscienze – il discorso era partito da qui – di dimostrare la non-esistenza dell’élan vital, dello spirito, dell’anima immateriale che Dio avrebbe soffiato dentro di noi. Il fatto che le neuroscienze non mirino a questo – per tutta una serie di ragioni sulle quali mi sono soffermato spesso qua dentro, tirando fuori i soliti e sempre efficaci rasoi di Occam e teiere di Russell – non ha sfiorato la sua brillante (senza ironia) mente. “Chi ci dice che non ci sia dell’altro, magari di Superiore, che muove le cose nei nostri cervelli?”, ha più o meno concluso. Cosa rispondere a simili domande? Che vorrei sperarci anche io. Che mi piacerebbe tanto. Ma vedo, noto, studio, capisco, intuisco che questa speranza è, ahimé, vacua.

Speranza, già. Speranza di non essere solo macchine biologiche evolutivamente modellate per non credersi solo macchine biologiche evolutivamente modellate (per non credersi solo macchine biologiche evolutivamente modellate per non…). Speranza che la morte non sia la fine di tutto. Speranza che il nostro piccolo pallido puntino blu sia, tra i miliardi di miliardi di miliardi di pianeti dell’universo, quello speciale. Il prediletto da Dio. Speranza che la vita abbia una senso prestabilito, un fine verso cui tendere. Speranza che quel senso sia da noi intelligibile.

Tutto questo m’è tornato a mente leggendo, questa mattina, un articolo di Pontifex. Ok. Ok. Pontifex è il Male e questo lo sappiamo tutti. Me le vado a cercare. Ma, d’altra parte, ciò che emerge da questo scritto non è così lontano dal pensiero di credenti meno estremisti, anche se qui è espresso in maniera dolorosamente banale e sciatta.

Quel che dicevo poc’anzi riguardo l’osceno ibridarsi di ragionamento scientifico e fattore-speranza lo ritroviamo infatti in passaggi come:

Sanford era un evoluzionista convinto e molti dei suoi brevetti sono tuttora utilizzati da tutti i ricercatori del mondo che, come noto, sono quasi tutti evoluzionisti; in pratica credono che l’uomo derivi dalla scimmia, alcuni sostengono che prima ancora ci fosse un brodo primordiale e da lì scaturì un anfibio, “padre” del regno animale. Insomma, si fa fatica a credere a certe fesserie; anche se fossi ateo, preferirei sapere di essere discendete di un uomo ed una donna e non di un “ramarro”.

In questo paragrafo, invece, si cerca di tirare dalla propria parte il Secondo Principio della Termodinamica dopo averlo però totalmente frainteso:

Liberata da tutti i suoi elementi estranei, romantici e teleonomici, l’evoluzione torna ad assumere l’asciutto volto dell’entropia. Diviene un processo dissolutore, una condanna alla perdita delle forme, una “fine delle specie”, quasi in contrapposizione al titolo darviniano “L’origine delle Specie”. Entropia e evoluzione vengono ad identificarsi non solo lessicalmente, ma anche concettualmente, come comune analisi pessimistica dell’esistenza, fisica o vivente.

In sostanza il “ramarro” o la scimmia non può diventare uomo, viceversa potrebbe verificarsi scientificamente il contrario, se Dio lo permettesse.

L’articolo si conclude abbandonando ogni pretesa logico-scientifica. L’autore, lui sì, va a collocarsi nella prima categoria: non sa di cosa sta parlando e ne dà ulteriore conferma. Eccolo nel suo ingenuo (e a suo modo onesto) slancio di entusiasmo:

Scegliete voi, io sono creazionista, altrimenti se facessi mio un principio filosofico apostata, mi dovrei confessare perché in stato di peccato mortale, quindi privo di Grazia santificante; sarei anche obbligato a credere di discendere da un brodo o da un “ramarro” / scimmia, oppure che al mio cane dovrebbe crescere il collo se collocassi sul frigorifero la sua ciotola di crocchette :)

Amen, naturalmente. Amen.

“Bisogna morì!”

Uno strepitoso Corrado Guzzanti (un grandissimo, al contrario della sorella Sabina), qui nelle vesti di Mons. Pizarro, si lancia in un’aspra – e fantastica – satira nei confronti della religione, prendendo spunto dalle critiche che nei secoli sono state rivolte di volta in volta alle istituzioni ecclesiastiche e dalla fede in generale. Colto, interessante e incredibilmente divertente. Qualcosa che non si può non condividere.