Picture you

Atmosfere estremamente rilassate, suoni acquei che arrivano dagli anni ’70, un approccio melodico ben chiaro ma – come dire – schivo, dimesso, normalizzato in fase di missaggio. Niente che ti si stampi all’istante in testa. I The Amazing sono il Mio Gruppo del Momento. Svedesi, etichettati da Ondarock come psych-pop, shoegaze, prog-rock, a mio parere rappresentano – si fa per semplificare – l’ideale e impensabile connessione tra certo hard rock (poco hard) di quaranta e passa anni fa e i Radiohead di The bends e Ok, computer (quelli migliori). Più, chiaro, diverse altre cose. Il loro recente disco Picture you possiede una grazia rara, così fuori dal tempo e in qualche modo soffice e sincero e intenso, con i suoi suoni dilatati e i suoi arpeggi semplici e pieni, i suoi crescendo strumentali un po’ ingenui, la sezione ritmica dal sapore jazz, le voci pervasive e sciolte a sfiorare i nervi giusti, ed è, Picture you, un album a suo modo alieno e (sì) molto bello che non si smetterebbe mai di ascoltare e riascoltare. Di una avvenenza istantanea e al limite del lacrimevole. Per citare Pitchfork:

Discussion of Picture You can only end up with slack-jawed remarks about how goddamn pretty it is. Stranger still is how the adverbs you’d feel tempted to latch onto that superlative somehow makes that seem like a bad thing: “obscenely pretty,” “ridiculously beautiful,” etc.  But the Amazing specialize in a beauty that isn’t airbrushed or slick or antiseptic, the kind captured by lad mags or Trevor Horn, everything exaggerated to emphasize its status as eye or ear candy. Nor is it smudged or vaporous like shoegaze. It doesn’t even make a full attempt at an au naturel realism of folk or the otherworldliness of psych-rock, though it does touch on those aspects. Picture You is elemental rock—earthy, molten, aquatic, but using each of their qualities to soothe rather than destroy or intimidate.

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Modest Mouse & Sufjan Stevens

Due dischi piuttosto attesi sono in uscita.

A Carrie & Lowell di Sufjan Stevens ho già accennato qualche post fa, pubblicando il video del primo singolo estratto, No shade in the shadow of the cross. Nel suo complesso l’album è una raccolta di brani acustici dall’intimità ben piazzata in primo piano, sulla scia di alcune delle grandi canzoni che Sufjan ha composto in passato (John Wayne Gacy Jr, ma non solo). C’è un che di Nick Drake, in quest’approccio così soft eppure così lacerante, in questi arrangiamenti minimali, in questi sussurri di voce. Devo ancora dargli il tempo di maturare, ma la sensazione è che manchi un po’ dell’ispirazione che aveva materializzato i due precedenti lavori.

I Modest Mouse hanno composto lo stupendo The moon and antarctica, ed è dal momento in cui ho scoperto l’esistenza di tale album che li rispetto tantissimo. Il resto della loro discografia non è sempre convincente, ma Moon è qualcosa di spaziale e ambizioso e forse epocale. Li attendevo al varco, dunque, ma senza troppo ansia. Aggiungiamo che i brani presentati in anteprima non mi avevano proprio scombussolato: Strangers to ourselves aveva dunque buone probabilità di diventare un lavoro che avrei ascoltato e dimenticato in un paio di giorni. Eppure. Eppure questa improbabile miscela indie-funk-rock-pop-disco sembra funzionare, quando viene fruita all’interno dell’intera struttura. E c’è un certo fascino in tutta quest’urgenza comunicativa, una bellezza che non si fa cogliere nel breve termine. Un’intelligenza da scoprire. Strati da esplorare. L’introduttiva title-track fa molto Mellon Collie, The ground walks, with time in a box è libero circolare di dopamina, quella specie di ballad chiamata Coyotes assume i contorni dell’oggetto speciale, The best room mi ricorda a tratti quel brit-pop che mai ho amato ma qui ci sta benissimo, la chiusura di Of course we know è tragica poesia. Un sacco di roba eterogenea legata da fili invisibili. Ecco cos’è Strangers. In sintesi: potrebbe durare. E non l’avrei mai detto.

Your Sparkling Death Cometh

Un amico posta un pezzo musicale su Facebook. Chi sono? I Falling Up. Ah. Ehm. Nome più che ignoto. Però si scopre che il pezzo è buonissimo, melodico, spaziale e ruffiano. Inoltre il titolo del disco, Your Sparkling Death Cometh, è suggestivo. Scatta subito quel qualcosa. Cerchi il lavoro, lo ascolti: capisci che, diamine, questa di solito non è roba per te. Però, però, alla fine mica è così vero. Ci sono tracce di Dredg, elementi di Beach House, qualche lontanissima somiglianza con gli italiani (e bravi) Klimt 1918 e il loro essere maledettamente nostalgici. Ci sta bene. Lo chiamano ‘rock sperimentale’, che vuol dire praticamente tutto e nulla. Chissenefrega, in fondo. Bella scoperta di fine 2014.