I dischi più ascoltati nel 2012

Tra i dischi usciti nel 2012, questi dovrebbero essere – in questi casi la memoria ti frega sempre, ma scorrere la timeline di Facebook può aiutare – quelli che ho sentito di più. Qualche volta li ho citati anche qui sul blog. Eccoli, in nessun ordine particolare:

Molto probabilmente quelli di Anathema e Amanda Palmer sono i miei preferiti in assoluto.

Per l’anno nuovo aspetto con una certa curiosità i nuovi di Fates Warning e Dredg. I primi tornano a pubblicare un disco dopo molti anni, e chissà se hanno ancora idee, i secondi devono riuscire a cancellare dalla mente degli ascoltatori il loro ultimo obbrobrio – disco che implicitamente hanno loro stessi rinnegato proponendo nei loro ultimi tour l’esecuzione dei successi Catch Without Arms e El Cielo (due grandissimi album) suonati per intero.

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Dischi estivi

Che sto ascoltando? Soprattutto Ceremonials di Florence + The Machine (cala nel finale, ma quella Shake it out è un capolavoro), Rush – Clockwork Angels (tostissimo, ma manca un po’ di freschezza). Serj Tankian – Harakiri e Oceania degli Smashing Pumpkins (sulle sonorità dei migliori Pumpkins anni ’90 ovviamente senza quell’ispirazione).

Oltre a tutto ciò, in questi ultimi due/tre giorni sono in fissa col bellissimo Wonky del duo Orbital. Spaziale, acido, eppure estremamemente musicale. E secondo me adattissimo al periodo. Cubalibresco.

All for the best, or some bizarre test?

Il concetto fisico di freccia del tempo. Cellule che invecchiano e schiattano. Pale blue dot di Carl Sagan. La scena finale di 2001: Odissea nello spazio. L’uomo, l’uomo, e l’eterno buio dell’universo. Questo e altro ancora mi viene in mente ascoltando The Garden, pezzo di chiusura di Clockwork Angels – il nuovo disco dei Rush. Brano straripante, valorizzato da un ispirato assolo di Lifeson. In the foolness of tiiiiime…

Musica d’estate

Lista di cose ascoltate nell’ultimo periodo. Tra lettore mp3, auto, computer e stereo in camera.

  • Amy Winehouse, Back to Black. Ero l’unico sulla faccia della Terra a non aver mai sentito niente di questa ragazza. Questo disco ha della qualità ed è insospettabilmente energico.
  • Washed Out, Within and Without. Se anni fa mi avessero detto che un giorno avrei ascoltato questa roba… e invece, invece sì. Lo chiamano dream pop, ma anche in altri mille assurdi modi, e fa molto spiaggia al tramonto con in mano un fresco mojito, non so se mi spiego. Non per sempre, non per tutti, sfiderà le vostre certezze eterosessuali – ammesso che ne abbiate. (recensione)
  • Soul Asylum, Let Your Dim Light Shine. Riascoltato spesso e volentieri in camera, questo rock-pop irresistibilmente naif rimanda inesorabilmente ai nineties, all’adolescenza e a tutte queste cose qui.
  • Rush, Moving Pictures. Rispescaggio, ci (ri)sto in fissa già da un paio di settimane. Perfetto come compagno di jogging. Quella batteria non è di questo mondo.
  • Rush, Power Windows. Altro ripescaggio e altra prevedibile fissa. Lo sto sentendo in auto. Credo che dopo Emotion Detector la musica, tutta la musica, dovesse avere il buon senso di smettere di affrontare temi legati alle relazioni interpersonali. Qui si dice già tutto quel che c’è da dire.

E poi sto ascoltando i nuovi Fennesz e Memory Tapes (pretenzioso il primo – a forza di togliere non è rimasto nulla -, non male il secondo, che stupisce con qualche soluzione melodica non convenzionale), il nuovo dei Lumerians (sufficientemente estivo ma niente di davvero sconvolgente) e roba tipo Patrick Wolf – Wind in the wires (scoperto con diversi anni di ritardo, è un disco certamente non banale). Il tutto, s’intende, aspettando con una certa ansia i nuovi Mastodon e Tori Amos, in uscita tra settembre e ottobre.

(e intanto, forse – non so dove e non so quando -, me ne vado in ferie)

Christ, what have you done?

Una delle canzoni più efficaci ed emozionanti dei Rush è The Pass, dal sottovalutato Presto. Un brano di fronte al quale la band stessa – com’è noto, un trio di musicisti eccellenti – sembra quasi farsi da parte, per destinare il palcoscenico ad una melodia solenne e a un tema, quello del suicidio adolescenziale, già di per sé assai ingombrante.

Questo brano apparentemente semplice è invece pieno di suggestioni, di visioni, di idee. A volte mi sono trovato ad ascoltarlo per 3 o 4 volte di fila, lasciando che le varie immagini si alternassero nella mente. L’argomento, come detto, è quello del suicidio giovanile: nel testo Neil Peart cerca di demistificare (e depotenziare) il fenomeno, prendendo per le corna l’idea tipicamente rock secondo cui “è meglio bruciare in un attimo che spegnersi lentamente”. Si tratta di un testo per certi versi assai controcorrente e, paradossalmente, parecchio coraggioso.

The Pass è una canzone che rimane. Di quelle che fanno la differenza. Quando Geddy Lee la annuncia in Rush in Riodi fronte a decine di migliaia di brasiliani in delirio – rivela che si tratta di una delle loro preferite in assoluto. Stessa cosa peraltro scritta a più riprese nei libri di Neil, che dice: “It still brings a tear to my eye to play that song, I think that’s one of our better crafted ones lyrically and musically“.

Ne potrei dire tante, su questo pezzo. E certamente ne dimenticherei altrettante.

Diciamo che l’incipit

Proud swagger out of the schoolyard
Waiting for the world’s applause
Rebel without a conscience
Martyr without a cause

mi rimanda ai tempi del liceo, e a come fosse (talvolta) cool per taluni isolarsi dagli altri, fuori dalla scuola, aspettando l’applauso del mondo. Sentendo queste parole, io rivedo le scene.

La strofa successiva

Static on your frequency
Electrical storm in your veins
Raging at unreachable glory
Straining at invisible chains

descrive in maniera impareggiabile, in poche parole, l’inquietudine tipicamente adolescenziale.

And now you’re trembling on a rocky ledge
Staring down into a heartless sea
Can’t face life on a razor’s edge
Nothing’s what you thought it would be

Su you’re trembling on a rocky ledge l’immagine che mi salta in testa viene da un vecchio numero di Dylan Dog (letto, guarda caso, da adolescente). L’albo in questione si chiama Il lungo addio. Una vignetta mostra un giovane Dylan Dog in cima a una scogliera, indeciso se buttarsi o meno nel mare sottostante (into the heartless sea). Questi versi sono per me indissolubilmente legati a quel disegno. Scritti per quel disegno.

Poi, dopo il ritornello (wikipedia dice: “the lyric “All of us get lost in the darkness/Dreamers learn to steer by the stars/All of us do time in the gutter/Dreamers turn to look at the cars” references a line from Oscar Wilde‘s play Lady Windermere’s Fan“), abbiamo:

Someone set a bad example
Made surrender seem all right
The act of a noble warrior
Who lost the will to fight

e

No hero in your tragedy
No daring in your escape
No salutes for your surrender
Nothing noble in your fate
Christ, what have you done?

che sono, credo, sufficientemente eloquenti. Il pensiero di Peart riguardo alla mitizzazione del suicidio (il quale ha o potrebbe avere secondo lui lontane radici socio-culturali) è qui più chiaro che mai. Tra i commenti al testo che ho trovato su Songmeaning mi sento di condividere questa parte:

Christ is, after all, probably history’s most famous martyr. In the lines leading up to that final line, the writer is advising anyone contemplating suicide (or martyrdom) that there is nothing glorious in killing yourself. Finally, in that last line, the writer exhorts Christ himself, for it is his martyrdom that makes suicide an appealing option for some people–i.e., “what have you done, Jesus, when by your example you make people think martydom is OK?” An interesting question and I think it’s consistent with Neil’s own personal conflict or disagreement with religion.

Ma non tutto è così semplice. Leggendo Ghost Rider, ci si accorge infatti che l’approccio di Neil verso l’atto suicida potrebbe essere nel tempo mutato. Come è noto, questo libro è stato scritto in occasione del viaggio che Peart ha compiuto, da solo in moto, tra Canada, Stati Uniti e Messico, nel momento in cui ha perduto a distanza di pochi mesi l’unica figlia (incidente d’auto) e la moglie (cancro). La duplice tragedia arriva diversi anni dopo la scrittura di The Pass. Nel volume, una specie di diario di viaggio farcito di riflessioni esistenziali, il batterista e paroliere dei Rush racconta che a un centro punto, all’interno di un bar, realizza che stanno passando una canzone dei Nirvana. E’ una delle pagine più intense del libro. In quel momento il pensiero dello scrittore corre subito a Cobain e al suo suicidio, avvenuto qualche anno prima. Contrariamente a quello di The Pass, il Peart di Ghost Rider non ha voglia di svelare il suo punto di vista morale. Non vuole giudicare. Prende solo atto del paradosso di chi si toglie la vita e lascia al mondo una bambina e una moglie e di chi, invece, è costretto a vivere la situazione opposta. Pur non sapendo se e come ricominciare. Pur se l’indecente pensiero di farla finita, insomma, ogni tanto fa inaspettatamente capolino. E chi l’avrebbe mai detto.

The Pass è un capolavoro per tutti i motivi suesposti, per le visioni che sa veicolare. E per altre ragioni, più legate all’arrangiamento e alla melodia. Per il solo semplice e azzeccatissimo di Lifeson. Tre note e ti spacca in quattro. O per la batteria che si schianta sulla parola slam (the door). O per il modo struggente in cui Lee dice All of us get lost in the darkness.

Tra i commenti al video su YouTube ho trovato questo: “It’s kinda cool that this song might have saved a life somewhere“. Be’, sì, ha ragionissima. E’ davvero straordinario pensarlo.