E’ sempre adesso

Un lucido e illuminante Sam Harris sulla vita, sulla morte e sui film rivisti quindici volte (tratto da qui).

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Balotelli, razzismi, vittimismi e (non)libero volere

Photo Credit: Shutterstock.com/ollyy

Tempo di mondiali. Parliamo di calcio. O meglio: sfruttiamo il calcio per parlare di altro. Liquidiamo dunque subito l’aspetto tecnico. Da persona piuttosto competente in materia (credo), in linea con tutti gli allenatori che lo hanno allenato, ho sempre visto in Mario Balotelli, il bizzoso centravanti della Nazionale italiana di calcio, un grande talento e delle qualità fisico-tecniche notevoli ma largamente inespresse. Sulla scia di quanto aveva fatto negli anni passati con la maglia azzurra, pensavo e speravo che avrebbe giocato un buon mondiale. E invece ha sbagliato, assieme a molti compagni, almeno due partite su tre: e in competizioni del genere, toppare un paio di gare – se non, a volte, una sola – significa tornare a casa. E così è stato. Delusione totale. Offese. Ortaggi. E tutti gli italiani CT a ricordare che con la loro formazione avremmo vinto tutto e di più. Scene già viste.

La retorica vorrebbe che nello sport, come si dice, si vince e si perde. E quando si perde si può riflettere sugli errori tecnici commessi, si fanno i bilanci, si possono rimettere in discussione alcune scelte, eccetera. Giusto così.

Quello che è assurdo e ingiustificabile è invece l’accanirsi verso un singolo giocatore. E’ successo in passato, certo, verso calciatori che avevano fallito in una competizione con la Nazionale e che vestivano la maglia di certi club, nei soliti pallosi campanilismi tutti italici. Ma in questo caso mi pare che la bava alla bocca degli italiani – e la malcelata soddisfazione per l’eliminazione le insufficienti prove di Balotelli – abbia superato abbondantemente la soglia.

Il motivo è così semplice, così lineare, che spesso paradossalmente tendiamo a non tenerlo nella giusta considerazione o a ritenerla demagogia da quattro soldi. Balotelli è un italiano nero. In più, oddio, famoso. E questo – leggete i commenti alle notizie relative alla Nazionale uscite in questi giorni per farvene un’idea – non è accettato più o meno esplicitamente – stiamo bassi – da almeno il 50% della popolazione. Si possono fare mille discorsi da bar. Sul suo uso di Twitter (come usano tutti), sui soldi, sul caratteraccio. Moralismi vari. Di tutto e di più. Eppure il succo del discorso – il vero capo d’imputazione nei suoi confronti – è un altro: lo confermano in maniera indiretta quelli che, credendo di non lanciarsi in un ragionamento di tipo razzista, ci ricordano di continuo che se fosse bianco non sarebbe in Nazionale. Insomma: la Federazione Italiana Gioco Calcio fa, secondo loro, la carità al povero negro. 

Ora, Balotelli ha effettivamente un carattere decisamente insopportabile. Così appare, mediato dalle telecamere. E’ supponente e, soprattutto, vittimista. O meglio: è vittimista e dunque supponente. Crede che tutto il mondo sia contro di lui e, dunque, lo sfida di continuo. Ce l’avete con me? Credete di potermi buttar giù? E io (come un bambino, ndG) mi tingo i capelli di giallo: del vostro pensiero me ne frego, non mi sfiora, io vado avanti per la mia strada. 

Leggere – tra gli altri – Sam Harris ti aiuta a ponderare certe questioni col necessario distacco. A risparmiare bava. Ad essere, se vogliamo, serenamente fatalista. E a capire che se un carattere è tale, lo è per tutta una serie di concause che si trovano a monte e che sono spesso se non sempre al di fuori del nostro controllo. Che non è giustificare l’ingiustificabile, come si direbbe banalmente al Bar dello Sport. Non è trovare scuse. Ma è l’unico modo serio di guardare alla questione – e qui chiaramente si va oltre il semplice affare-Balotelli.

La storia del centravanti della Nazionale è la seguente (mi fido di wikipedia). Balotelli non solo è stato abbandonato – come dice lui – dai suoi familiari biologici ghanesi (immigrati poveri e forse – non ne so abbastanza – non colpevoli di nulla, ma si può immagire cosa significhi la cosa per un bambino) in tenerissima età, per essere affidato ad una famiglia di origine italiana, non solo ha dovuto trascorrere i primi tre anni della sua vita passando da un ospedale all’altro perché venissero curati i suoi problemi all’intestino, non solo ha dovuto crescere – è nato nel ’90 – nella Padania più estrema e intollerante (erano gli esordi celtici della Lega Nord), non solo ha dovuto aspettare i 18 anni per essere riconosciuto ufficialmente come italiano – e posso garantire che questo conta tantissimo per un bambino (1)… Oltre a tutto questo, Balotelli è, ad oggi, l’unico italiano nero famoso. Cosa che a molti, anche tanti che non lo ammetteranno mai, non va giù.

Possiamo solo immaginare tutto ciò che un ragazzo del genere – probabilmente il primo bambino nero nel suo paesino bresciano (2) – possa aver passato. Aneddoti, offese, battutine, emarginazioni, autoemarginazioni. Letture distorte di situazioni sociali. Possiamo solo intuire come certe vicissitudini, che vanno a modellare una personalità per certi versi fin dall’inizio fragile (sull’importanza delle cure parentali per il bambino nei primissimi giorni post-nascita e sul legame che esse hanno col modo in cui l’adulto tollererà lo stress si vedano per esempio gli ultimi capitoli di Psicobiologia dello sviluppo di Berardi e Pizzorusso), possano aver inciso in maniera perentoria sul suo carattere.

Balotelli è certamente vittimista (3). E’ evidente. E lo è, non potrebbe essere altrimenti, per tutto quello che c’è a monte – che non è dipeso da lui. E lo è perché – lo vediamo in questi giorni – l’Italia era ed è ancora un paese più o meno tacitamente razzista. E più lui farà il vittimista, più l’Italia – non tutta, chiaramente – manifesterà il suo disprezzo per il famoso ragazzo nero italiano. E come replicherà, lui? Facendo ancor di più la vittima: perché, probabilmente, la condizione di lui-contro-tutti è quella in cui si è trovato più spesso nei suoi 24 anni di vita. E quella in cui si trova più a suo agio. Ed è quella che, forse, non gli permetterà di esprimere al 100% le sue potenzialità tecniche.

Perché non decide di uscire da questo circolo vizioso, che peraltro gli impedisce di diventare davvero un numero uno? Perché non capisce che se continua con quest’atteggiamento continua a fare il gioco degli italiani razzisti, che non aspettano altro per dimostrare che il nero è incivile e non si può integrare col bianco? Tutte belle domande. Che presuppongono, ingenuamente, che la volontà sia un qualcosa di astratto libero, e non semplicemente parte di un cervello formatosi in anni di incontrollabili e talvolta traumatiche interazioni con l’ambiente. E invece, come diceva Hofstadter in Anelli nell’Io, il libero volere non solo non esiste, ma è un’assurdità concettuale. Il volere è, infatti, necessariamente vincolato a ciò che siamo noi. Collezioni di esperienze (stimoli) e ricordi che di volta in volta ci indicano, loro, verso che direzione compiere il passo successivo. E, per quanto ci piaccia pensarla in maniera diversa, “noi” possiamo solo stare alla finestra e adeguarci. Come romanzi che qualcun altro scrive al posto nostro. Come direbbe il già citato Sam Harris: you’re not controlling the storm. You are the storm.

La verità, per concludere, è che il fardello di essere il primo italiano nero famoso è probabilmente troppo pesante per le spalle di questo ragazzo. Ma lo sarebbe stato per chiunque altro fosse passato attraverso le medesime vicissitudini. E’ uno che ha successo, è ricco, ha belle donne, non dovrebbe lamentarsi, dice Pippo Gualtiero Giubbolini al bar all’angolo, tra uno spritz e l’altro. Ma la notorietà, in questo caso, ha i suoi pro e i suoi contro. E lui – inconsapevolmente – sta portando avanti una battaglia che agevolerà il compito di quelli che verranno dopo (4). Probabilmente, date tutte le condizioni, non può farlo meglio di così. Con gli eccessi, con i vittimismi bambineschi. Con le repliche stizzite – è successo giusto ieri – verso gli italiani che non lo considerano un vero italiano. Ed è comunque interessante come la sua risposta inopportuna ad un singolo razzista – un minus habens che aveva postato un video in cui dopo il fallimento mondiale gli ricordava la sua non italianità – venga trasformata da certa stampa in una sorta di diretto attacco alla dignità – qualunque cosa voglia dire – della Nazione. Il ragazzo famoso nero e viziato offende agl’itagliani. Cinque minuti d’odio aggiuntivi per lui.

(1) Ricorderò sempre l’entusiasmo con cui un bambino di origine albanese che allenavo venne a riferirmi che a scuola il sindaco lo aveva proclamato (non ufficialmente – non è legale fino ai 18 anni – ma non pareva non importargli) italiano, annullando in un colpo solo la distanza che lui percepiva – e che gli veniva fatta percepire – dagli altri bambini.

(2) Chiaramente non insinuo che tutti gli abitanti del suo paese siano razzisti. Anzi. Peraltro il suo legame con la famiglia a cui è stato affidato sembra saldissimo.

(3) Non fa statistica, ovviamente, né ha validità scientifica, ma tra le persone che conosco noto una certa correlazione tra problematiche infantili legate alle relazioni con i genitori e atteggiamento vittimista e pseudoparanoide da adulti.

(4) Non è un caso che diversi bambini di origine africana che conosco – come istruttore di calcio – facciano un tifo addirittura parossistico per lui. Non è questione di semplice fratellanza cromoepidermica: è il rendersi conto, implicitamente, che se viene accettato lui vengono accettati anche loro. Lui è il loro ariete: si prende soldi e notorietà, ma anche i colpi più dolorosi.

Drugs and the meaning of life

Illuminante articolo di Sam Harris:

Everything we do is for the purpose of altering consciousness. We form friendships so that we can feel certain emotions, like love, and avoid others, like loneliness. We eat specific foods to enjoy their fleeting presence on our tongues. We read for the pleasure of thinking another person’s thoughts. Every waking moment—and even in our dreams—we struggle to direct the flow of sensation, emotion, and cognition toward states of consciousness that we value.

Drugs are another means toward this end. Some are illegal; some are stigmatized; some are dangerous—though, perversely, these sets only partially intersect. Some drugs of extraordinary power and utility, such as psilocybin (the active compound in “magic mushrooms”) and lysergic acid diethylamide (LSD), pose no apparent risk of addiction and are physically well-tolerated, and yet one can still be sent to prison for their use—whereas drugs such as tobacco and alcohol, which have ruined countless lives, are enjoyed ad libitum in almost every society on earth. There are other points on this continuum: MDMA, or Ecstasy, has remarkable therapeutic potential, but it is also susceptible to abuse, and some evidence suggests that it can be neurotoxic.

[…]

I have two daughters who will one day take drugs. Of course, I will do everything in my power to see that they choose their drugs wisely, but a life lived entirely without drugs is neither foreseeable nor, I think, desirable. I hope they someday enjoy a morning cup of tea or coffee as much as I do. If they drink alcohol as adults, as they probably will, I will encourage them to do it safely. If they choose to smoke marijuana, I will urge moderation.[2] Tobacco should be shunned, and I will do everything within the bounds of decent parenting to steer them away from it. Needless to say, if I knew that either of my daughters would eventually develop a fondness for methamphetamine or crack cocaine, I might never sleep again. But if they don’t try a psychedelic like psilocybin or LSD at least once in their adult lives, I will wonder whether they had missed one of the most important rites of passage a human being can experience. This is not to say that everyone should take psychedelics. As I will make clear below, these drugs pose certain dangers. Undoubtedly, some people cannot afford to give the anchor of sanity even the slightest tug. It has been many years since I took psychedelics myself, and my abstinence is born of a healthy respect for the risks involved. However, there was a period in my early twenties when I found psilocybin and LSD to be indispensable tools, and some of the most important hours of my life were spent under their influence. Without them, I might never have discovered that there was an inner landscape of mind worth exploring.

(articolo completo qui)

Psicopatologia e corde cosmiche

Com’è noto, l’analisi delle anomalie, delle lesioni e dei disturbi che allontanano gli individui dai percorsi percettivi e cognitivi considerati “normali” (strategie e sistemi che evidentemente aumentavano la fitness ai nostri antenati) aiuta a far luce su alcuni dei misteri della mente umana e sul rapporto mente-cervello. Quando ho letto questo passaggio tratto da Sims – Introduzione alla psicopatologia descrittiva di Femi Oyebode, infatti, non ho potuto non ripensare alla teoria emergentista la quale considera l’Io una mera illusione, un epifenomeno, e la volontà il coerente risultato di una miriade di incalcolabili microcause materiali, o corde cosmiche:

Una stenografa (una paziente, ndG) di 26 anni descriveva le sue azioni in questo modo: “Quando allungo la mano per prendere il pettine sono la mia mano e il braccio a muoversi e sono le mie dita a stringere la penna, ma non sono io a controllarle… Io sto seduta lì desiderando che si muovano, ed essi sono indipendenti, quel che fanno non ha niente a che fare con me… Io sono un pupazzo manipolato da corde cosmiche… Quando le corde vengono tese il mio corpo si muove e io non posso impedirlo.”

Libero arbitrio e responsabilità morale

Tratto dal capitolo Moral responsability incluso in Free Will di Sam Harris (vedi post precedente).

The belief in free will has given us both the religious conception of “sin” and our commitment to retributive justice. The U.S. Supreme Court has called free will a “universal and persistent” foundation for our system of law, distinct from “a deterministic view of human conduct that is inconsistent with the underlying precepts of our criminal justice system” (United States v. Grayson, 1978). Any intellectual developments that threatened free will would seem to put the ethics of punishing people for their bad behavior in question.

The great worry, of course, is that an honest discussion of the underlying causes of human behavior appears to leave no room for moral responsibility. If we view people as neuronal weather patterns, how can we coherently speak about right and wrong or good and evil? […]

Happily, we can. What does it mean to take responsibility for an action? […]

Consider the following examples of human violence:

1. A four-year-old boy was playing with his father’s gun and killed a young woman. The gun had been kept loaded and unsecured in a dresser drawer.

2. A 12-year-old boy who had been the victim of continual physical and emotional abuse took his father’s gun and intentionally shot and killed a young woman because she was teasing him.

3. A 25-year-old man who had been the victim of continual abuse as a child intentionally shot and killed his girlfriend because she left him for another man.

4. A 25-year-old man who had been raised by wonderful parents and never abused intentionally shot and killed a young woman he had never met “just for the fun of it.”

5. A 25-year-old man who had been raised by wonderful parents and never abused intentionally shot and killed a young woman he had never met “just for the fun of it.” An MRI of the man’s brain revealed a tumor the size of a golf ball in his medial prefrontal cortex (a region responsible for the control of emotion and behavioral impulses).

In each case a young woman died, and in each case her death was the result of events arising in the brain of another human being. But the degree of moral outrage we feel depends on the background conditions described in each case. We suspect that a four-year-old child cannot truly kill someone on purpose and that the intentions of a 12-year-old do not run as deep as those of an adult. In cases 1 and 2, we know that the brain of the killer has not fully matured and that not all the responsibilities of personhood have yet been conferred. The history of abuse and the precipitating circumstance in case 3 seem to mitigate the man’s guilt: This was a crime of passion committed by a person who had himself suffered at the hands of others. In 4 there has been no abuse, and the motive brands the perpetrator a psychopath. Case 5 involves the same psychopathic behavior and motive, but a brain tumor somehow changes the moral calculus entirely: Given its location, it seems to divest the killer of all responsibility for his crime. And it works this miracle even if the man’s subjective experience was identical to that of the psychopath in case 4—for the moment we understand that his feelings had a physical cause, a brain tumor, we cannot help seeing him as a victim of his own biology.

How can we make sense of these gradations of moral responsibility when brains and their background influences are in every case, and to exactly the same degree, the real cause of a woman’s death?

We need not have any illusions that a causal agent lives within the human mind to recognize that certain people are dangerous. What we condemn most in another person is the conscious intention to do harm. Degrees of guilt can still be judged by reference to the facts of a case: the personality of the accused, his prior offenses, his patterns of association with others, his use of intoxicants, his confessed motives with regard to the victim, etc. If a person’s actions seem to have been entirely out of character, this might influence our view of the risk he now poses to others. If the accused appears unrepentant and eager to kill again, we need entertain no notions of free will to consider him a danger to society.

Why is the conscious decision to do another person harm particularly blameworthy? Because what we do subsequent to conscious planning tends to most fully reflect the global properties of our minds—our beliefs, desires, goals, prejudices, etc. If, after weeks of deliberation, library research, and debate with your friends, you still decide to kill the king—well, then killing the king reflects the sort of person you really are. The point is not that you are the ultimate and independent cause of your actions; the point is that, for whatever reason, you have the mind of a regicide.

Certain criminals must be incarcerated to prevent them from harming other people. The moral justification for this is entirely straightforward: Everyone else will be better off this way. Dispensing with the illusion of free will allows us to focus on the things that matter—assessing risk, protecting innocent people, deterring crime, etc. However, certain moral intuitions begin to relax the moment we take a wider picture of causality into account. Once we recognize that even the most terrifying predators are, in a very real sense, unlucky to be who they are, the logic of hating (as opposed to fearing) them begins to unravel. Once again, even if you believe that every human being harbors an immortal soul, the picture does not change: Anyone born with the soul of a psychopath has been profoundly unlucky.

Why does the brain tumor in case 5 change our view of the situation so dramatically? One reason is that its influence has been visited upon a person who (we must assume) would not otherwise behave in this way. Both the tumor and its effects seem adventitious, and this makes the perpetrator appear to be purely a victim of biology. Of course, if we couldn’t cure his condition, we would still need to lock him up to prevent him from committing further crimes, but we would not hate him or condemn him as evil. Here is one front on which I believe our moral intuitions must change: The more we understand the human mind in causal terms, the harder it becomes to draw a distinction between cases like 4 and 5.

The men and women on death row have some combination of bad genes, bad parents, bad environments, and bad ideas (and the innocent, of course, have supremely bad luck). Which of these quantities, exactly, were they responsible for? No human being is responsible for his genes or his upbringing, yet we have every reason to believe that these factors determine his character. Our system of justice should reflect an understanding that any of us could have been dealt a very different hand in life. In fact, it seems immoral not to recognize just how much luck is involved in morality itself.

[…]

Despite our attachment to the notion of free will, most of us know that disorders of the brain can trump the best intentions of the mind. This shift in understanding represents progress toward a deeper, more consistent, and more compassionate view of our common humanity—and we should note that this is progress away from religious metaphysics. Few concepts have offered greater scope for human cruelty than the idea of an immortal soul that stands independent of all material influences, ranging from genes to economic systems. Within a religious framework, a belief in free will supports the notion of sin—which seems to justify not only harsh punishment in this life but eternal punishment in the next. And yet, ironically, one of the fears attending our progress in science is that a more complete understanding of ourselves will dehumanize us.

Viewing human beings as natural phenomena need not damage our system of criminal justice. If we could incarcerate earthquakes and hurricanes for their crimes, we would build prisons for them as well. We fight emerging epidemics—and even the occasional wild animal—without attributing free will to them. Clearly, we can respond intelligently to the threat posed by dangerous people without lying to ourselves about the ultimate origins of human behavior. We will still need a criminal justice system that attempts to accurately assess guilt and innocence along with the future risks that the guilty pose to society. But the logic of punishing people will come undone—unless we find that punishment is an essential component of deterrence or rehabilitation.

It must be admitted, however, that the issue of retribution is a tricky one. In a fascinating article in The New Yorker, Jared Diamond writes of the high price we sometimes pay when our desire for vengeance goes unfulfilled. He compares the experiences of two people: his friend Daniel, a New Guinea highlander who avenged the death of a paternal uncle; and his late father-in-law, who had the opportunity to kill the man who murdered his entire family during the Holocaust but opted instead to turn him over to the police. (After spending only a year in jail, the killer was released.) The consequences of taking revenge in the first case and for-going it in the second could not have been starker. While there is much to be said against the vendetta culture of the New Guinea highlands, Daniel’s revenge brought him exquisite relief. Whereas Diamond’s father-in-law spent the last 60 years of his life “tormented by regret and guilt.” Clearly, vengeance answers to a powerful psychological need in many of us.

We are deeply disposed to perceive people as the authors of their actions, to hold them responsible for the wrongs they do us, and to feel that these transgressions must be punished. Often, the only punishment that seems appropriate is for the perpetrator of a crime to suffer or forfeit his life. It remains to be seen how a scientifically informed system of justice might steward these impulses. Clearly, a full account of the causes of human behavior should attenuate our natural response to injustice, at least to some degree. I doubt, for instance, that Diamond’s father-in-law would have suffered the same anguish if his family had been trampled by an elephant or laid low by cholera. Similarly, we can assume that his regret would have been significantly eased if he had learned that his family’s killer had lived a flawlessly moral life until a virus began ravaging his medial pre-frontal cortex.

However, it may be that a sham form of retribution would still be moral—even necessary—if it led people to behave better than they otherwise would. Whether it is useful to emphasize the punishment of certain criminals—rather than their containment or rehabilitation—is a question for social and psychological science. But it seems clear that a desire for retribution, arising from the idea that each person is the free author of his thoughts and actions, rests on a cognitive and emotional illusion—and perpetuates a moral one.