Balotelli, razzismi, vittimismi e (non)libero volere

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Tempo di mondiali. Parliamo di calcio. O meglio: sfruttiamo il calcio per parlare di altro. Liquidiamo dunque subito l’aspetto tecnico. Da persona piuttosto competente in materia (credo), in linea con tutti gli allenatori che lo hanno allenato, ho sempre visto in Mario Balotelli, il bizzoso centravanti della Nazionale italiana di calcio, un grande talento e delle qualità fisico-tecniche notevoli ma largamente inespresse. Sulla scia di quanto aveva fatto negli anni passati con la maglia azzurra, pensavo e speravo che avrebbe giocato un buon mondiale. E invece ha sbagliato, assieme a molti compagni, almeno due partite su tre: e in competizioni del genere, toppare un paio di gare – se non, a volte, una sola – significa tornare a casa. E così è stato. Delusione totale. Offese. Ortaggi. E tutti gli italiani CT a ricordare che con la loro formazione avremmo vinto tutto e di più. Scene già viste.

La retorica vorrebbe che nello sport, come si dice, si vince e si perde. E quando si perde si può riflettere sugli errori tecnici commessi, si fanno i bilanci, si possono rimettere in discussione alcune scelte, eccetera. Giusto così.

Quello che è assurdo e ingiustificabile è invece l’accanirsi verso un singolo giocatore. E’ successo in passato, certo, verso calciatori che avevano fallito in una competizione con la Nazionale e che vestivano la maglia di certi club, nei soliti pallosi campanilismi tutti italici. Ma in questo caso mi pare che la bava alla bocca degli italiani – e la malcelata soddisfazione per l’eliminazione le insufficienti prove di Balotelli – abbia superato abbondantemente la soglia.

Il motivo è così semplice, così lineare, che spesso paradossalmente tendiamo a non tenerlo nella giusta considerazione o a ritenerla demagogia da quattro soldi. Balotelli è un italiano nero. In più, oddio, famoso. E questo – leggete i commenti alle notizie relative alla Nazionale uscite in questi giorni per farvene un’idea – non è accettato più o meno esplicitamente – stiamo bassi – da almeno il 50% della popolazione. Si possono fare mille discorsi da bar. Sul suo uso di Twitter (come usano tutti), sui soldi, sul caratteraccio. Moralismi vari. Di tutto e di più. Eppure il succo del discorso – il vero capo d’imputazione nei suoi confronti – è un altro: lo confermano in maniera indiretta quelli che, credendo di non lanciarsi in un ragionamento di tipo razzista, ci ricordano di continuo che se fosse bianco non sarebbe in Nazionale. Insomma: la Federazione Italiana Gioco Calcio fa, secondo loro, la carità al povero negro. 

Ora, Balotelli ha effettivamente un carattere decisamente insopportabile. Così appare, mediato dalle telecamere. E’ supponente e, soprattutto, vittimista. O meglio: è vittimista e dunque supponente. Crede che tutto il mondo sia contro di lui e, dunque, lo sfida di continuo. Ce l’avete con me? Credete di potermi buttar giù? E io (come un bambino, ndG) mi tingo i capelli di giallo: del vostro pensiero me ne frego, non mi sfiora, io vado avanti per la mia strada. 

Leggere – tra gli altri – Sam Harris ti aiuta a ponderare certe questioni col necessario distacco. A risparmiare bava. Ad essere, se vogliamo, serenamente fatalista. E a capire che se un carattere è tale, lo è per tutta una serie di concause che si trovano a monte e che sono spesso se non sempre al di fuori del nostro controllo. Che non è giustificare l’ingiustificabile, come si direbbe banalmente al Bar dello Sport. Non è trovare scuse. Ma è l’unico modo serio di guardare alla questione – e qui chiaramente si va oltre il semplice affare-Balotelli.

La storia del centravanti della Nazionale è la seguente (mi fido di wikipedia). Balotelli non solo è stato abbandonato – come dice lui – dai suoi familiari biologici ghanesi (immigrati poveri e forse – non ne so abbastanza – non colpevoli di nulla, ma si può immagire cosa significhi la cosa per un bambino) in tenerissima età, per essere affidato ad una famiglia di origine italiana, non solo ha dovuto trascorrere i primi tre anni della sua vita passando da un ospedale all’altro perché venissero curati i suoi problemi all’intestino, non solo ha dovuto crescere – è nato nel ’90 – nella Padania più estrema e intollerante (erano gli esordi celtici della Lega Nord), non solo ha dovuto aspettare i 18 anni per essere riconosciuto ufficialmente come italiano – e posso garantire che questo conta tantissimo per un bambino (1)… Oltre a tutto questo, Balotelli è, ad oggi, l’unico italiano nero famoso. Cosa che a molti, anche tanti che non lo ammetteranno mai, non va giù.

Possiamo solo immaginare tutto ciò che un ragazzo del genere – probabilmente il primo bambino nero nel suo paesino bresciano (2) – possa aver passato. Aneddoti, offese, battutine, emarginazioni, autoemarginazioni. Letture distorte di situazioni sociali. Possiamo solo intuire come certe vicissitudini, che vanno a modellare una personalità per certi versi fin dall’inizio fragile (sull’importanza delle cure parentali per il bambino nei primissimi giorni post-nascita e sul legame che esse hanno col modo in cui l’adulto tollererà lo stress si vedano per esempio gli ultimi capitoli di Psicobiologia dello sviluppo di Berardi e Pizzorusso), possano aver inciso in maniera perentoria sul suo carattere.

Balotelli è certamente vittimista (3). E’ evidente. E lo è, non potrebbe essere altrimenti, per tutto quello che c’è a monte – che non è dipeso da lui. E lo è perché – lo vediamo in questi giorni – l’Italia era ed è ancora un paese più o meno tacitamente razzista. E più lui farà il vittimista, più l’Italia – non tutta, chiaramente – manifesterà il suo disprezzo per il famoso ragazzo nero italiano. E come replicherà, lui? Facendo ancor di più la vittima: perché, probabilmente, la condizione di lui-contro-tutti è quella in cui si è trovato più spesso nei suoi 24 anni di vita. E quella in cui si trova più a suo agio. Ed è quella che, forse, non gli permetterà di esprimere al 100% le sue potenzialità tecniche.

Perché non decide di uscire da questo circolo vizioso, che peraltro gli impedisce di diventare davvero un numero uno? Perché non capisce che se continua con quest’atteggiamento continua a fare il gioco degli italiani razzisti, che non aspettano altro per dimostrare che il nero è incivile e non si può integrare col bianco? Tutte belle domande. Che presuppongono, ingenuamente, che la volontà sia un qualcosa di astratto libero, e non semplicemente parte di un cervello formatosi in anni di incontrollabili e talvolta traumatiche interazioni con l’ambiente. E invece, come diceva Hofstadter in Anelli nell’Io, il libero volere non solo non esiste, ma è un’assurdità concettuale. Il volere è, infatti, necessariamente vincolato a ciò che siamo noi. Collezioni di esperienze (stimoli) e ricordi che di volta in volta ci indicano, loro, verso che direzione compiere il passo successivo. E, per quanto ci piaccia pensarla in maniera diversa, “noi” possiamo solo stare alla finestra e adeguarci. Come romanzi che qualcun altro scrive al posto nostro. Come direbbe il già citato Sam Harris: you’re not controlling the storm. You are the storm.

La verità, per concludere, è che il fardello di essere il primo italiano nero famoso è probabilmente troppo pesante per le spalle di questo ragazzo. Ma lo sarebbe stato per chiunque altro fosse passato attraverso le medesime vicissitudini. E’ uno che ha successo, è ricco, ha belle donne, non dovrebbe lamentarsi, dice Pippo Gualtiero Giubbolini al bar all’angolo, tra uno spritz e l’altro. Ma la notorietà, in questo caso, ha i suoi pro e i suoi contro. E lui – inconsapevolmente – sta portando avanti una battaglia che agevolerà il compito di quelli che verranno dopo (4). Probabilmente, date tutte le condizioni, non può farlo meglio di così. Con gli eccessi, con i vittimismi bambineschi. Con le repliche stizzite – è successo giusto ieri – verso gli italiani che non lo considerano un vero italiano. Ed è comunque interessante come la sua risposta inopportuna ad un singolo razzista – un minus habens che aveva postato un video in cui dopo il fallimento mondiale gli ricordava la sua non italianità – venga trasformata da certa stampa in una sorta di diretto attacco alla dignità – qualunque cosa voglia dire – della Nazione. Il ragazzo famoso nero e viziato offende agl’itagliani. Cinque minuti d’odio aggiuntivi per lui.

(1) Ricorderò sempre l’entusiasmo con cui un bambino di origine albanese che allenavo venne a riferirmi che a scuola il sindaco lo aveva proclamato (non ufficialmente – non è legale fino ai 18 anni – ma non pareva non importargli) italiano, annullando in un colpo solo la distanza che lui percepiva – e che gli veniva fatta percepire – dagli altri bambini.

(2) Chiaramente non insinuo che tutti gli abitanti del suo paese siano razzisti. Anzi. Peraltro il suo legame con la famiglia a cui è stato affidato sembra saldissimo.

(3) Non fa statistica, ovviamente, né ha validità scientifica, ma tra le persone che conosco noto una certa correlazione tra problematiche infantili legate alle relazioni con i genitori e atteggiamento vittimista e pseudoparanoide da adulti.

(4) Non è un caso che diversi bambini di origine africana che conosco – come istruttore di calcio – facciano un tifo addirittura parossistico per lui. Non è questione di semplice fratellanza cromoepidermica: è il rendersi conto, implicitamente, che se viene accettato lui vengono accettati anche loro. Lui è il loro ariete: si prende soldi e notorietà, ma anche i colpi più dolorosi.

Drugs and the meaning of life

Illuminante articolo di Sam Harris:

Everything we do is for the purpose of altering consciousness. We form friendships so that we can feel certain emotions, like love, and avoid others, like loneliness. We eat specific foods to enjoy their fleeting presence on our tongues. We read for the pleasure of thinking another person’s thoughts. Every waking moment—and even in our dreams—we struggle to direct the flow of sensation, emotion, and cognition toward states of consciousness that we value.

Drugs are another means toward this end. Some are illegal; some are stigmatized; some are dangerous—though, perversely, these sets only partially intersect. Some drugs of extraordinary power and utility, such as psilocybin (the active compound in “magic mushrooms”) and lysergic acid diethylamide (LSD), pose no apparent risk of addiction and are physically well-tolerated, and yet one can still be sent to prison for their use—whereas drugs such as tobacco and alcohol, which have ruined countless lives, are enjoyed ad libitum in almost every society on earth. There are other points on this continuum: MDMA, or Ecstasy, has remarkable therapeutic potential, but it is also susceptible to abuse, and some evidence suggests that it can be neurotoxic.

[…]

I have two daughters who will one day take drugs. Of course, I will do everything in my power to see that they choose their drugs wisely, but a life lived entirely without drugs is neither foreseeable nor, I think, desirable. I hope they someday enjoy a morning cup of tea or coffee as much as I do. If they drink alcohol as adults, as they probably will, I will encourage them to do it safely. If they choose to smoke marijuana, I will urge moderation.[2] Tobacco should be shunned, and I will do everything within the bounds of decent parenting to steer them away from it. Needless to say, if I knew that either of my daughters would eventually develop a fondness for methamphetamine or crack cocaine, I might never sleep again. But if they don’t try a psychedelic like psilocybin or LSD at least once in their adult lives, I will wonder whether they had missed one of the most important rites of passage a human being can experience. This is not to say that everyone should take psychedelics. As I will make clear below, these drugs pose certain dangers. Undoubtedly, some people cannot afford to give the anchor of sanity even the slightest tug. It has been many years since I took psychedelics myself, and my abstinence is born of a healthy respect for the risks involved. However, there was a period in my early twenties when I found psilocybin and LSD to be indispensable tools, and some of the most important hours of my life were spent under their influence. Without them, I might never have discovered that there was an inner landscape of mind worth exploring.

(articolo completo qui)