Ultime letture: Raveggi, Eco, Pratolini, Christie, Bosio, Williams, Panzeri, Chiang, DeLillo, Manera Sambuy

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Qualche noterella sulle ultime variopinte robe lette.

Il grande regno dell’emergenza, di Alessandro Raveggi. Raccolta di racconti per questo scrittore fiorentino decisamente devoto a Wallace, Gadda e certi immaginari sudamericani. E piuttosto bravo. Non tutti i testi – scritti peraltro nell’arco di diversi anni – sono egualmente messi a fuoco, ma alcuni posseggono invidiabile vivacità espressiva (per esempio, il primo) e dimostrano come si possa dedicarsi all’arte del racconto senza piegarsi per forza al cliché minimalista.

Come viaggiare con un salmone, di Umberto Eco. Manciata di riflessioni talvolta (ma non sempre) divertenti, parodia e satira di alcune specifiche situazioni più o meno quotidiane. Niente di imprescindibile.

Dieci piccoli indiani, di Agatha Christie. Non l’avevo mai letto e non ne sono rimasto deluso, era esattamente ciò che mi aspettavo. Ragionamento & paranoia.

Le ragazze di San Frediano, di Vasco Pratolini. Mi è capitato sotto mano e, visto che ultimamente ci passo spesso, da San Frediano, ho deciso di affrontarlo – devono avermelo imposto alle superiori, ma all’epoca lasciai perdere. Non sarebbe neanche malvagio, anche se è quasi più godibile per quell’umorismo non immediatissimo che ogni tanto salta fuori che per la storia in sé (il bello e stupido Bob e tutte le sue agguerrite amanti), pescata da un mondo di differente sensibilità. Utile solo in quanto testimonianza del tempo che fu.

Mattatore: vita e parole di Vittorio Gassman, di Roberto Bosio. Grande attore, grande viveur, grande depresso. Doveva saltarci fuori una biografia specialissima e ispirante. Invece no. Invece Bosio assembla un prodotto formalmente perfetto ma superficiale e privo di coraggio interpretativo. Poco appassionante.

Stoner, di John Williams. Romanzo riemerso in questi ultimi anni da un passato privo di gloria, adesso best seller mondiale. Storia triste di Stoner, origine contadina e tanta forza di volontà, della sua esistenza normale, del disagio e del dolore di cui non riesce mai a liberarsi, del matrimonio spento, del suo unico fugace amore clandestino. Bello ma forse non spettacolare quanto mi ero immaginato: talvolta dà l’idea di essere una specie di riassunto di un romanzo vero e proprio, non so se mi spiego, come fosse narrato da un punto di vista troppo alto e distaccato. Quasi un antico racconto epico, privo di dettagli e profondità psicologica, che un romanzo moderno. A quel tempo Stoner partì dalla fattoria per recarsi nella città…

Piccoli suicidi tra amici, di Arto Paasilinna. In realtà questo l’ho mollato dopo qualche decina di pagine. Sembrava scritto e pensato molto male, umorismo fuori sintonia, stupidino, mai uno spunto interessante. Chi te lo fa fare?

Storie della tua vita, di Ted Chiang. Una manciata di splendidi racconti fantascientifici con qualche venatura fantasy e qualche strizzata d’occhio al realismo magico. C’è molta scienza nella testa di Chiang, e le sue riflessioni sulla realtà fisica dell’universo, sul linguaggio e sulla matematica sono rese narrativamente appetibili da un efficace approccio borgesiano. Sfogliando le pagine si ha davvero l’impressione di confrontarsi con un cervello di tutto rispetto, curioso e propenso alla speculazione. Da uno di questi racconti (il bellissimo Storia della tua vita) è stato tratto il film Arrival. 

Tondelli. Il mestiere di scrittore, di Fulvio Panzeri. Testo che divulga un’intervista di Tondelli rilasciata (se non mi sbaglio) attorno al 1990. Si legge in due o tre ore e non è niente male, parla dell’Italia degli anni ’80, di cosa significasse essere scrittore in quel periodo colorato e illusorio.

Body Art, di Don DeLillo. Prosegue la mia esplorazione delle opere del maestro americano. Questo Body Art, che racconta l’esperienza della perdita dell’uomo amato da parte della giovane compagna, è alienato, sghembo, cognitivamente impegnativo, deliziosamente in bilico tra il metaforico e il surreale. Stupisce sempre come DeLillo – alla stregua dei grandi – riesca a individuare e isolare, per poi farli oggetto di narrazione, situazioni quotidiane e relazionali di cui tendenzialmente non riusciamo mai ad avere totale esperienza cosciente. Mettere sulla pagina ciò che è labile, pensato per qualche millesimo di secondo, sinapticamente infrattato. Verbalizzarlo al posto nostro, riproporcelo masticato, compreso, pronto per esser digerito. “Questo l’ho sempre pensato.”

Non scrivere di me, di Livia Manera Sambuy. Lei, critica letteraria di ottima fama, alle prese con un nutrito gruppo di scrittori nordamericani tra cui Roth, Wallace e Purdy. Lei che racconta l’esperienza dell’intervistarli, del conoscerli, del capire dove siano deboli e dove forti. Scrittori paranoici che fissano appuntamenti al McDonald’s, scrittori dai pantaloni pisciosi, scrittori scappati a Parigi che vivono di stenti, scrittori che cercano (pare) di sedurla. Un convincente alternarsi di vicende e di aneddoti con tanto di intrusioni biografiche – e sentite – dell’autrice a rendere l’insieme ancora più accattivante e meritevole di lettura. Bella idea, testo notevole.

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L.A. in via del tutto confidenziale

laconfidenialAvevo L.A. Confidential sulla mensola dei Libri da Leggere Prima o Poi (dove si trovano, tra i tanti: l’autobiografia di Mandela, I DemoniDavid Copperfield, una raccolta di poesie di Montale, L’arcobaleno della gravità e così via) da almeno una decina d’anni. Nel frattempo un po’ tutti mi assillavano col fatto che Ellroy è un grande, devi leggerlo, i suoi libri ti tengono incollati dall’inizio alla fine e finisci per sfogliare decine di pagine all’ora senza neanche accorgertene.

Ora posso dirlo: Ellroy è un grande, dovevo leggerlo, i suoi libri eccetera.

Nessun accenno alla trama, as usual. La vicenda narrata in L.A., nella classica tradizione noir americana, è ipercomplessa e forse persino trascurabile. Il Grande Mistero da scoprire diviene pagina dopo pagina sempre più pervasivo, col Male che infila i suoi sordidi tentacoli in ogni anfratto della cosiddetta società, e forse sempre meno calamitante. Ho letto la prima metà del libro in pochissimi giorni, mentre per la seconda parte mi ci è voluto un po’ di più. Perché – di fronte all’enormità del cancro che metastasizzava a più non posso – mi son trovato un po’ sperduto, indifeso, incapace di seguire ogni sfaccettatura e ogni singola responsabilità dei molteplici personaggi, fino a perdere leggermente – interesse per la cosa in sé.

Ho trovato però di enorme valore altri due elementi: i personaggi e lo stile.

I primi non sono quasi mai definiti in termini di caratteristiche fisiche, e anche la loro psicologia non viene mai trattata in maniera particolarmente profonda. Essi sono ciò che fanno, ed è il loro agire – in un verso o nell’altro – a tracciarne i connotati. Nel libro non ci sono eroi per cui tifare, ed ogni singolo soggetto sintetizza una storia di azioni più o meno moralmente discutibili: l’evoluzione dei personaggi principali, il loro allontanarsi da ciò che erano, è resa in maniera fluida e verosimile. Ognuno ha in sé una parte marcia con cui prima o poi deve fare i conti.

Lo stile è secco. Preciso. Atomismo logico fatto narrativa. Niente preziosismi, niente giochi di parole, nessun ardore poetico. Qui la parola è solo schiava dell’azione. C’è l’urgenza di arrivare, di sostenere il prima possibile qual è il nocciolo della questione. Eppure la prosa non sembra mai povera. Snella, rapida, oggettiva, ma non semplicistica e banale. Borges – più matematico, lirico, meraviglioso – non c’entra niente con Ellroy ma – in un senso profondo che probabilmente colgo solo io nel mio universo solipsistico, senso che con le parole non saprò e non potrò e non vorrò trasmettervi – ricordo che avevo pensato grossomodo lo stesso quando avevo letto Finzioni. Questa è la realtà, ci fanno capire i due, e queste sono le uniche parole che possono descriverla. Queste e solo queste. Non una in più né una in meno.

What I think, what I say (ovvero: sull’essere impostori)

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So che tu sai bene quanto me come i pensieri e le associazioni mentali attraversino fulminei la testa. Magari ti trovi nel mezzo di una riunione creativa al lavoro o roba del genere e per la testa ti passa tanto di quel materiale in quei brevi istanti di silenzio in cui i partecipanti scorrono i propri appunti in attesa della presentazione successiva che ci vorrebbe un tempo esponenzialmente più lungo dell’intera riunione soltanto per tradurre in parole il flusso di pensieri sorto nel silenzio di quei pochi secondi. Ecco un altro paradosso: nella vita di una persona la maggior parte dei pensieri e delle impressioni più importanti attraversano la mente così rapidi che rapidi non è nemmeno la parola giusta, sembrano totalmente diversi o estranei al cronometro che scandisce regolarmente la nostra vita, e hanno così pochi legami con quella lingua lineare, fatta di tante parole messe in fila, necessaria a comunicare fra di noi, che dire per esteso pensieri e collegamenti contenuti nel lampo di una frazione di secondo richiederebbe come minimo una vita intera ecc. – eppure sembra che andiamo tutti in giro cercando di usare la lingua (quale che sia, a seconda del paese d’origine) per cercare di comunicare agli altri quello che pensiamo e per scoprire quello che pensano loro, quando in fondo lo sanno tutti che in realtà si tratta di una messinscena e che si limitano a far finta. Quello che avviene dentro è troppo veloce, immenso e interconnesso e alle parole non rimane che limitarsi a tratteggiarne ogni istante a grandi linee al massimo una piccolissima parte. La velocità mentale interna o quello che è di queste idee o ricordi, percezioni o emozioni e via dicendo è perfino più veloce – esponenzialmente, inimmaginabilmente più veloce – in punto di morte, cioè durante quel nanosecondo così minuscolo e sul punto di sparire che separa il momento in cui si muore tecnicamente da ciò che avviene subito dopo, perciò in realtà il cliché sull’intera esistenza che scorre come un lampo davanti agli occhi di chi è in punto di morte non è poi cosi peregrina – anche se in questo caso intera esistenza non vuol dire una sequela ininterrotta dove prima nasci e poi sei nella culla e poi sei al piatto nella squadra dell’American Legion ecc., che in fondo è quello che pensano un po’ tutti quando dicono «la mia intera esistenza», riferendosi a una serie cronologica, discontinua, di momenti che mettono in fila e chiamano vita. Non è affatto cosi. Non mi viene in mente un modo migliore per dirlo se non che succede tutt’a un tratto, ma questo a un tratto non significa certo un momento finito di tempo all’interno di una sequela ininterrotta nei termini in cui consideriamo il tempo quando siamo vivi, e poi quello che risulta essere il significato dell’espressione la mia vita non si avvicina neanche lontanamente a quello che crediamo di dire quando diciamo «la mia vita». Le parole e il tempo cronologico creano tutti questi equivoci assoluti su quello che succede per davvero a livello elementare. Eppure al tempo stesso la lingua è tutto ciò che abbiamo per cercare di capirlo e per cercare di instaurare qualcosa di più vasto o più significativo e vero con gli altri, il che è un altro paradosso.

David Foster Wallace, Caro Vecchio Neon

Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi

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Devo averlo già detto, ma adoro le biografie.

Sono spesso potenti e anche tremendamente ambigue. Da un certo punto di vista mostrano quello di cui è capace l’uomo se dotato di talento e sufficiente – imprescindibile – disciplina. Dall’altro, sadiche, ti raccontano che quel determinato artista o scrittore o figura carismatica eccetera è una mente ineguagliabile, rara, qualcuno in grado di scrutare tra le pieghe della realtà con occhi diversi, occhi che tu non possiedi, e allo stesso tempo una persona come tante – con le sue ansie, le sue insicurezze, le sue cadute di stile, le sue stronzate. Sono ragazzi come noi, ti viene detto, ma noi non saremo mai come loro.

Ho letto le quasi cinquecento pagine di Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi. Vita di David Foster Wallace, di D. T. Max, in una manciata di sere. Si è trattato – la butto lì – della lettura più entusiasmante dei miei ultimi mesi. C’era tutto quello che poteva interessarmi, a ben vedere: una prosa scorrevole ma puntuale, un personaggio complesso da mettere sulla scena, suggestioni su libri che non ho letto e che adesso – cascasse il mondo – vorrei leggere, analisi di libri che ho letto, considerazioni sugli stili di narrazione.

Che volere di più?

Ogni storia d’amore va infatti oltre il resoconto della vita per larghi tratti ansiosa e depressa di Wallace, della sua infanzia delicatamente massacrata, delle sue ideazioni suicidarie, del suo rapporto con le dipendenze e della sua incapacità nel costruire rapporti duraturi con l’altro sesso. Qui si parla molto – questo rende il libro assurdamente interessante – del suo background culturale. Si parla dei suoi scrittori preferiti – Pynchon, Dostoevskij e DeLillo tra questi – e di come abbiano contribuito a plasmare il suo stile bizzarro. Si parla di teoria della letteratura, e di come si possa arrivare a costruirne una coerente sulla base di interessi apparentemente distanti dai reami umanistici come quelli per la logica, la filosofia, Wittgenstein, Godel Escher Bach, Russell, la ricorsività (“una mente troppo ricorsiva non può essere felice”, o qualcosa del genere), le funzioni del linguaggio e il suo intimo dialogare con la realtà. Poi ci si sofferma sulle sue opere principali e si osserva quale sia il loro rapporto con i vari passaggi esistenziali esperiti da DWF stesso. Chi ha apprezzato Infinite Jest (il libro che si può apprezzare ma non amare) troverà nel lavoro di Max – bravissimo a destreggiarsi tra fonti, critica letteraria e analisi psicologica – immensa soddisfazione nel comprendere cosa sottostia a tale mastodontico tentativo di antiromanzo. Quali siano le sue aspirazioni, quali i suoi riferimenti, quali esperienze wallaciane reali vi siano state inserite per poi esser celate da strati e strati di ipergrafico fondotinta. E se vi sembrerà – come è sembrato a me – che l’autore abbia fatto di tutto per non piacere (eccessivamente) al lettore, scoprirete che dietro a tutto questo c’è – come si sospettava – una forte motivazione teoretica. Per un libro che voleva mettere in guardia dai pericoli dell’abuso di ironia e dal magnetismo letale dell’Intrattenimento, essere troppo seducente significava cadere in una banale contraddizione:

[…] la storia non doveva dimostrarsi tanto divertente da ricreare il morbo che cercava di diagnosticare. Non doveva accattivare con espedienti immediati […]. Infinite Jest doveva essere, come del resto recitava il sottotitolo proposto all’epoca da Wallace: <<un Intrattenimento fallito>>.

Poi naturalmente c’è altro ancora. C’è l’insoddisfazione di Wallace per La scopa del sistema, i suoi carteggi con Franzen e DeLillo, la sua incapacità nel portare avanti Il re pallido, l’amarezza che si cela dietro alle tonnellate di parole dell’indigeribile – ma intellettualmente pazzesco – Oblio, la sua frustrazione nella vana ricerca della disciplina, le pillole antidepressive, l’elettroshock, il sesso da una botta e via, la cattiva gestione del successo. Eccetera eccetera.

Un libro, quello di Max, che parla (anche di) di libri, di scrittori e di scrittura. Qualcosa che ti fa venir voglia di leggere, qualcosa che ti fa tornare la voglia di leggere – nel caso tu l’avessi perduta lungo la via. Un’opera rigorosa, analitica e profonda sull’opera non proprio struggente di un formidabile e malmesso genio. Imperdibile, a mio avviso.

I metacreatori

(sciocchezzuola rispescata dall’hard disk)

I metacreatori

“A parità di fattori la spiegazione più semplice tende ad essere quella esatta”

(William of Ockham)

È finita. È finita. È finita. Triplice fischio. Prima o poi sapevo che sarebbe successo: ma non immaginavo che il mio momento sarebbe arrivato così presto. Non posso che andarmene, non ho che da morire. Non posso che lentamente scomparire, dunque, non posso che dissolvermi, annientarmi. Un viaggio finisce, un viaggio comincia. È ciò che mi piace credere. Mentre scompaio, mentre la mia sostanza a poco a poco si rende nulla, ricordo d’improvviso tutto. Scorre via veloce davanti agli occhi, fotogramma dopo fotogramma, il Tutto. Verso i titoli di coda.

Ricordo la metaforica esplosione iniziale e come le diedi il via. Schioccai le dita e fu il principio. Deflagrante e maestoso. Fu uno scoppio d’atomi, fulmineo e folle, con la materia che cercava una sua ricollocazione secondo leggi appena sorte, come dotata di una coscienza che ovviamente non possedeva. Era materia, né anima né intenzione, ma il suo eroico assemblarsi mi regalava inattesi brividi. La mia cosa funzionava. Mi concentrai, attimi successivi, su uno, uno solo degli infiniti pianeti che si erano andati a formare. Osservai come vi fosse diffusa dell’acqua e come da quell’acqua sorgesse, e giuro che non me lo sarei mai aspettato, qualcosa di vagamente più complesso e strutturato. Un codice, istruzioni, dati: informazioni che inconsapevolmente cercavano di replicarsi. Cominciò così la cieca camminata, senza scopi o volontà: il processo di copiatura fu facilitato nei sistemi che, mutati a causa di casuali errori di replicazione, meglio si adattavano alle diverse condizioni ambientali. Questi macchine per la conservazione e la diffusione dei dati divennero organismi sempre più articolati: la complessità non casuale che ne risultava li aiutava a sopravvivere più a lungo e a replicarsi con maggior successo. Chi meglio sapeva interagire con l’ambiente, più si diffondeva. Fu uno strabiliante fiorire di forme e colori. Furono così le piante e gli alberi, furono gli esseri privi di vertebre, mollicci ed eleganti, poi si giunse ai pesci, infine, in quelli che qui sembrano trascurabili istanti, furono i mammiferi, fu l’illusione della coscienza, fu l’Uomo. Dalla materia, priva di ogni finalità, si approdò all’autoconsapevolezza, o a quella che parve tale. La mia cosa aveva preso un’imprevista direzione. Ma era splendida. Il codice aveva scovato una maniera davvero efficiente di replicarsi. Dominare il pianeta: l’uomo, nato in un singolo punto, si diffuse e si organizzò in comunità multiformi. L’uomo, mio accidentale risultato, mi pensò, mi ipotizzò, giunse persino a negarmi. Sì, per alcuni io non sono stato altro che un’illogica complicazione.

Ho visto tutto e seguito tante storie, senza mai interferire. Ho lasciato che di volta in volta gli equilibri si autogenerassero.

È passato così poco tempo dalla nascita di Maria, una delle tante, una e solo una delle infinite possibilità concretizzabili a partire dall’inizio, dall’esplosione, dallo schiocco di dita, così poco tempo dal suo volto scaltro e dalle sue guance rosse, e già la vedo adulta, pronta, conscia. La vedo sorridere schiva a quindici anni, la vedo pulire la cucina perché gliel’ha chiesto la madre, la vedo far l’amore con un ragazzo in una notte di nebbia e gelo e disegni con le dita sui vetri appannati dell’auto. So che l’ama e, suppongo, sono l’unico che può saperlo. Nasce il figlio, e il figlio fa figli, e i figli fanno figli, nei secoli dei secoli che qui son secondi, nelle pene, anche quelle più atroci, che qui son solo formicolii non ben localizzati.

Piccole storie. Da Maria, tramite il caso e la coscienza, si giunge ad Adamo. Si giunge alla fine. La mia, la nostra. Adamo è roba di istanti fa, Adamo è così recente che ne vedo ancora l’odore rosso sangue, ne sento gli occhi azzurri e vispi e tutta la splendida attrezzatura che le informazioni site in ogni sua cellula hanno messo in piedi per spingerlo a riprodursi, a moltiplicarsi, a diffondere dati. Adamo è un piccolo di uomo che va a scuola. Ha un faccino che, lui non lo sa, assomiglia di qualche grado a quello della sua distante progenitrice Maria. Adamo va a scuola, in una per lui limpida mattina di fine ottobre. Fa freddo. E’ rannicchiato nel pesante giaccone con cui la mamma lo ha coperto prima che mettesse il piede fuori dalla porta di casa. Un bacio e via, verso la morte. Verso l’estinzione. Mentre attraversa la strada – dall’altra parte, di fronte al cancello dell’edificio scolastico, i compagni ne stanno gridando il nome con ingiustificato entusiasmo – un’auto si schianta a folle velocità contro quel suo minuscolo corpo. Adamo riesce appena a sentire il rumore, per lui insolito, delle ossa che si spezzano, e cade a terra. Vivo e stupito. Gli occhi incollati sull’asfalto. Ecco una moto, pesante e fatale, che non sa frenare in tempo. Ecco il collo del bambino tranciato di netto. La testa, con la sua delirante coda di sangue, rotola svelta fino ai margini della strada. Urta contro il marciapiede e si ferma, di fronte al cancello. I bambini urlano. E urlano. E urlano ancora.

È tutto successo ora, in incommensurabile fretta. Neanche il tempo di rifletterci su. Un attimo fa ho dato il via. Istanti dopo sono al capolinea, al sipario, a quelle parole perentorie che, adesso, si fanno strada nella mia mente: esperimento fallito. Mentre già rimpiango la mia cosa, mentre già mi manca, in qualche dubbio mondo loro mi chiamano a sé.

Come un’illogica complicazione, svanisco.

(e ora, nell’ultimo sentire, l’eco di uno schiocco di dita. Vi prego di credermi, stavolta non è il mio)