Darwin, e quel che c’è stato dopo

L'origine delle specie
L'origine delle specie, 1859

Da qualche giorno – succede anche questo, quando vai a correre e non c’è un disco che di recente ti ha preso violentemente – sto ascoltando alcuni mp3 tratti dalla trasmissione radiofonica Il terzo anello. In particolare, si tratta di un ciclo di puntate dedicate a Darwin denominato Darwin. L’evoluzione permanente. Vi si affrontano le scoperte dello studioso inglese non tanto (ma anche) per quanto riguarda l’aspetto prettamente scientifico, ma soprattutto per ciò che concerne le interpretazioni date successivamente alla sua teoria dell’evoluzione. Si parla dunque di filosofia, di conflitti con religione, di sovrainterpretazioni (aberranti) come eugenetica e razzismo, e di tanto altro. Il tutto è organizzato e gestito da Lucetta Scaraffia e Anna Foa. Il linguaggio è molto chiaro e – questo conta – anche tono di voce delle due speaker è assai gradevole.

Sentendo parlare di eugenetica ho ripensato al bellissimo Intelligenza e pregiudizio di Stephen J. Gould, incontrato qualche anno fa. E – inevitabile – al suo doloroso paragrafo dedicato alla storia di Doris Buck (e di sua sorella Carrie), sterilizzata a sua insaputa (come riporta wikipedia: “Doris was also sterilized when she was hospitalized for appendicitis, although she was never told that sterilization had been performed. In later years she married and she and her husband attempted to have children; she did not discover the reason for their lack of success until 1980″).

Ho trovato il brano in questione in rete (in inglese) e non posso fare a meno di incollarlo qui sotto.

In 1927 Oliver Wendell Holmes, JR., delivered the Supreme Court’s decision upholding the Virginia sterilization law in Buck v. Bell. Carrie Buck, a young mother with a child of allegedly feeble mind, had scored a mental age of nine on the Stanford-Binet. Carrie Buck’s mother, then fifty-two, had tested at mental age seven. Holmes wrote, in one of the most famous and chilling statements of our century:

“We have seen more than once that the public welfare may call upon the best citizens for their lives. It would be strange if it could not call upon those who already sap the strength of the state for these lesser sacrifices. . . . Three generations of imbeciles are enough.”

(The line is often miscited as “three generations of idiots. . . .” But Holmes knew the technical jargon of his time, and the Bucks, though not “normal” by the Stanford-Binet, were one grade above idiots.)

Buck v. Bell is a signpost of history, an event linked with the distant past in my mind. The Babe hit his sixty homers in 1927, and legends are all the more wonderful because they seem so distant. I was therefore shocked by an item in the Washington Post on 23 February 1980 – for few things can be more disconcerting than a juxtaposition of neatly ordered and separated temporal events. “Over 7,500 sterilized in Virginia,” the headline read. The law that Holmes upheld had been implemented for forty-eight years, from 1924 to 1972. The operations had been performed in mental health facilities, primarily upon white men and women considered feeble-minded and antisocial – including “unwed mothers, prostitutes, petty criminals and children with disciplinary problems.”

Carrie Buck, then in her seventies, was still living near Charlottesville. Several journalists and scientists visited Carrie Buck and her sister, Doris, during the last years of their lives. Both women, though lacking much formal education, were clearly able and intelligent. Nonetheless, Doris Buck had been sterilized under the same law in 1928. She later married Matthew Figgins, a plumber. But Doris Buck was never informed. “They told me,” she recalled, “that the operation was for an appendix and rupture.” So she and Matthew Figgins tried to conceive a child. They consulted physicians at three hospitals throughout her child-bearing years; no one recognized that her Fallopian tubes had been severed. Last year, Doris Buck Figgins finally discovered the cause of her lifelong sadness. One might invoke an unfeeling calculus and say that Doris Buck’s disappointment ranks as nothing compared with millions dead in wars to support the designs of madmen or the conceits of rulers. But can one measure the pain of a single dream unfulfilled, the hope of a defenseless woman snatched by public power in the name of an ideology advanced to purify a race. May Doris Buck’s simple and eloquent testimony stand for millions of deaths and disappointments and help us to remember that the Sabbath was made for man, not man for the Sabbath: “I broke down and cried. My husband and me wanted children desperately. We were crazy about them. I never knew what they’d done to me.”

UPDATE (9 aprile)

Ho scritto il post quando dovevo ascoltare ancora alcune puntate della trasmissione. Ammetto di esser rimasto piuttosto deluso in particolare dalle ultime due, nelle quali si cerca di salvare capra e cavoli nel dibattitto tra l’evoluzionismo e le proposte del disegno intelligente. Le solite accuse di “dogmatismo” agli scienziati evoluzionisti (tra cui Dawkins, del quale come al solito si travisa il pensiero trasformandolo in un mostro scientista facile da attaccare) o il solito ricadere sul “problema” dell’anello mancante evidenziano come i meccanismi dell’evoluzione non siano stati totalmente compresi dalle autrici della trasmissione – alla ricerca, ripeto, di una forzata mediazione. Peccato. Rimangono assai interessanti le puntate precedenti.

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Stupidità e pregiudizio

(rivista fascista)

Se la miseria dei nostri poveri non fosse causata dalle leggi della natura, ma dalle nostre istituzioni, la nostra colpa sarebbe grande.

Charles Darwin

Non mi stancherò mai di ripetere quanto siano stupide, antipatiche e – soprattutto – scientificamente assurde e vacue, nonché influenzate dalla cultura predominante, le tesi del biotedeterminismo (1), che cerca di trovare esclusivamente nei geni la spiegazione delle differenze sociali che osserviamo nel mondo. Come il caro S. J. Gould aveva previsto nel suo illuminante e serissimo The mismeasure of man (Intelligenza e pregiudizio: qui il mio commento al libro), il virus del “razzismo su basi scientifiche” si sarebbe ripresentato a ondate cicliche: lo scopo del suo accurato lavoro era quello di rappresentare una sorta di “vaccino” (cito Gould) contro ogni futura manifestazione virulenta inoculata nella nostra società dai biodeterministi, o da politici che usano la comoda arma per biodeterminismo per raggiungere con più facilità i propri scopi. In previsione di ritorni di fiamma come questo (il centro-destra tedesco chiede un test d’intelligenza per gli immigrati) Gould ci ha lasciato un libro misurato, attento, anche difficile, che non concede niente alle speculazioni ma che si basa esclusivamente su numeri, analisi statistiche e critiche incontrovertibili ai metodi di misurazione dell’intelligenza. Di fronte all’arrivo di nuove ondate di idiozia, nel mio piccolo mi sento in dovere di riparlarne e di citarlo nuovamente. Solo per ricordare che queste fesserie non hanno più valore scientifico di una superstizione o di un’apparizione mariana.

Visto che ci sono, (ri)faccio una breve lista dei libri che ho letto negli ultimi anni e che mi hanno aiutato a comprendere quanto le diversità tra gruppi siano solo errate costruzioni a posteriori. Conoscere la storia genetica dell’umanità, la diffusione delle idee e il suo inserirsi in un meccanismo evolutivo fa capire quanto sia poco sensato dare così tanta importanza, come fanno diversi ignoranti accecati da idioti slogan politici, alle differenze tra gruppi (etnie, sessi, nazionalità, pigmentazioni cutanee etc). Qua dentro ho parlato a più riprese di questi libri. Alcuni di essi sono:

Stephen J. Gould – Intelligenza e pregiudizio

Stephen J. Gould – Il sorriso del fenicottero (in cui c’è questo)

Luca e Francesco Cavalli Sforza – Chi siamo

Desmond Morris – La scimmia nuda

Jared Diamond – Armi, acciaio e malattie

Richard Dawkins – L’orologiaio cieco

Giuseppe Mantovani – L’elefante invisibile

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(1) Non vorrei che il biodeterminismo invocato dai razzisti venisse confuso col determinismo “a basso livello” di cui ho parlato nei post precedenti, determinismo (tralasciamo per un momento la folle anomalia del comportamento delle particelle elementari) che possiamo tranquillamente trascurare al nostro livello di percezione e che non fa, comunque, alcuna distinzione tra gruppi. Insomma, non c’entra assolutamente nulla, è altra cosa. Anche perché prevede un ruolo decisivo per le interazioni con l’ambiente, cosa che la teoria razzista ama naturalmente trascurare.

L’uguaglianza umana è un fatto contingente della storia

Sempre a proposito di roba ultrapotente (come può esserlo il sotto citato Dio è taoista?) che si ha voglia di far conoscere in giro, in questi giorni mi sono imbattuto in un bellissimo articolo di S. J. Gould contenuto ne Il sorriso del fenicottero, libro che sto portando avanti con una certa calma (il fatto che sia una raccolta di saggi agevola questo sistema di fruizione).

Nello specifico, il testo si chiama L’uguaglianza umana è un fatto contingente della storia e spiega, con la tipica eleganza gouldiana, come il risultato (misurabile) che anche i più distanti popoli della Terra si differenzino per porzioni infinitesimali di DNA sia solo una delle tante strade che poteva percorrere la nostra evoluzione. Poteva andare assai diversamente per tutta una serie di fattori, ma, che sia un bene o che sia un male, siamo arrivati a questo punto: le varie “tipologie” di Homo Sapiens presenti sul pianeta hanno avuto pochissimo tempo perché i loro DNA si allontanassero in misura significativa. Ciò significa che se scoppiasse di punto in bianco una guerra atomica che distruggesse l’intera umanità ad eccezione di una piccola e semisconosciuta tribù della Nuova Guinea, i soggetti di questa minuscola comunità sarebbero lo stesso in grado di portare avanti la stragrande maggioranza del nostro patrimonio genetico.

Son concetti che vengono ricordati anche da questo articolo (che si rifà a Gould):

As Stephen Jay Gould argued two decades ago, human equality is a contingent fact of history. We could have lived in a world where divisions among human groups occurred long ago, and, therefore, races were truly biologically distinct. We do not, however, live in such a world due to the quirks of history. We live in a world where all humans are remarkably similar genetically and where race as a biological reality is an illusion. If populations of Homo erectus or Homo floresiensis had survived to the present, we may have been faced with genuine moral dilemmas of how to deal with fellow humans of a truly different nature. But we are fortunate that we do not face such dilemmas […]

Lo scienziato americano ribadisce:

My visceral perception of brotherhood harmonizes with our best modern biological knowledge. […] Many people think (or fear) that equality of human races represents a hope of liberal sentimentality probably squashed by the hard realities of history. They are wrong. This essay can be summarized in a single phrase, a motto if you will: Human equality is a contingent fact of history. Equality is not true by definition; it is neither an ethical principle (though equal treatment may be) nor a statement about norms of social action. It just worked out that way. A hundred different and plausible scenarios for human history would have yielded other results (and moral dilemmas of enormous magnitude). They didn’t happen.

Il testo di Gould in italiano lo si può trovare, come detto, in questo libro. Linko qui la versione in lingua originale. Qua sotto, un ottimo schema che illustra una parte della questione (se, per esempio, l’Homo Erectus non si fosse estinto, oggi dovremmo confrontarci con un essere del nostro stesso genere ma di specie diversa):

Sciami d’api e righelli

Intelligenza e pregiudizio. Contro i fondamenti scientifici del razzismoA tutti sarà capitato, prima o poi, di chiedersi cosa sia l’intelligenza, in che consista e che criteri si debbano seguire nel valutarla. A tutti sarà capitato di conoscere quell’individuo fenomenale in matematica, estremamente razionale e capace di risolvere al volo le equazioni più complesse, e di concludere che quella fosse la miglior rappresentazione dell’intelligenza incontrata nella propria vita. In seguito, però, qualche volta lo stesso personaggio si dimostrava assolutamente inadeguato nelle interazioni sociali, incapace di adeguare i suoi interventi agli interessi del gruppo e costretto a fare innumerevoli gaffe perché costantemente fuori sintonia (ogni relazione interpersonale implica saper gestire il rapporto tra le cose che si possono dire e quelle da tenersi per sé, e il non comprendere queste regole non scritte potrebbe essere sintomo di poca scaltrezza mentale). Prenderne atto ci ha spinti a rimettere in discussione il nostro giudizio su di lui. E’ davvero intelligente?, ci siamo di nuovo chiesti quando abbiamo avuto in mano i nuovi dati.Chi è intelligente, cosa lo rende tale? Lo è chi ha uno straordinario talento per i numeri?  Chi sa rapportarsi con semplicità ad ogni nuova situazione? Chi sa ragionare tenendo a bada il più possibile i bias cognitivi? Chi ha un’alta capacità empatica? Chi sa controllare le proprie emozioni (diversi studi suggeriscono che nel prendere le decisioni spesso ci facciamo condizionare più dai fattori emotivi che dalla razionalità stessa)? Chi ha memoria elefantiaca? Chi trova la soluzione all’istante? Chi impiega più tempo ma se ne esce con un’idea ancora più creativa?

Forse chi è intelligente possiede un po’ di tutte queste differenti abilità. Eppure, esse non bastano, ancora, a definire l’intelligenza nella sua vastità. Di domande potremmo farcene a milioni, riguardo al concetto di intelligenza, senza arrivare mai davvero ad un punto fermo. Ogni volta che prendiamo in esame un aspetto che, si crede, possa essere in grado di definire con buona approssimazione larghi tratti di intelligenza, subito ci salta in testa (ah, l’intelligenza che lavora sull’intelligenza!) qualcos’altro che potrebbe esserci utile per la nostra descrizione, e qualcos’altro, e qualcos’altro ancora, per quella che si dimostrerebbe un’eterna e infruttuosa ridefinizione.

No, anche a livello intuitivo, non credo che si possa definire “l’essere intelligenti” secondo dei criteri rigorosi e scientifici, senza dover privilegiare arbitrariamente alcuni aspetti per tralasciarne colpevolmente tanti altri. Eppure, la storia ci insegna che in tanti ci hanno provato. In tanti hanno provato a buttar giù indiscutibili gerarchie di cervelli. Stephen Jay Gould, nel suo straordinario Intelligenza e Pregiudizio (in inglese, The mismeasure of man), ci fa una rassegna critica di molti di questi tentativi di standardizzazione delle facoltà mentali.

Una visione. Dopo aver letto il libro ed esserne rimasto assai affascinato, quando mi metto a pensare a tutti questi scienziati che, nei loro studi antiquati, ipotizzano sistemi di misurazione della mente umana, c’è un’immagine lampante, nitida e perentoria che mi appare davanti agli occhi e mi spiega tutto nel modo più chiaro possibile. D’improvviso vedo un vecchio incanutito, con la faccia rognosa e la frustrazione di una vita intera negli occhi che, con un righello da scuola media in mano, cerca di misurare un enorme, inafferrabile e mutevole sciame d’api situato davanti alla suo volto.  Lui ci prova, ce la mette tutta, povero vecchio, ma lo sciame è indomabile e, ogni volta che posiziona il righello per prendere le misure, lo sciame è già altrove, è già qualcos’altro. I risultati finali dei suoi tentativi, ovviamente, non sono proprio eccezionali e affidabili.

Stephen Jay Gould, l’autore del libro che mi ha fatto compagnia negli ultimi dieci giorni, è stato un biologo, paleontologo e zoologo americano. Ha insegnato ad Harvard e vinto premi per la qualità dei suoi numerosi lavori di divulgazione scientifica, in particolar modo basati sulle implicazioni del darwnismo. Nato nel 1941, è morto di cancro nel 2002 dopo che, anni prima, aveva superato un male simile fumando cannabis per alleviare la nausea delle terapie.

L’incontro con Gould è, da subito, l’incontro con una grande persona. Se ne percepisce all’istante la purezza intellettuale. Intelligenza e Pregiudizio è un libro splendido: arriva dalla passione di un individuo, passione che permea ogni pagina e che nasce dalla voglia di smentire una gran quantità di fastidiosi luoghi comuni, e, nonostante ciò, è un’opera di una logica ferrea, maniacale e imperitura. Gould non scende a compromessi, non cerca di avvicinare il lettore con artifici retorici: va direttamente, e con una certa severità, al nocciolo dei problemi. Il libro non cede, dunque, alla tentazione della volgarizzazione ma rimane ciò che è, un mero trattato scientifico, per un motivo semplicissimo. Gli argomenti trattati hanno provocato, e provocano tutt’oggi, pregiudizi, falsità e la sofferenza di un numero incalcolabile di persone. C’è poco da scherzare: si tratta di questioni serissime, che vanno affrontate in modo altrettanto serio.

Intelligenza e Pregiudizio, induttivamente, critica con asprezza ogni ipotesi sulla misurazione assoluta e scientifica delle facoltà intellettive e i vari tentativi di riduzione della mente umana ad un numero certo, oggettivo, non influenzabile da fattori ambientali, col fine di dimostrare l’impossibilità di materializzazione dell’intelligenza stessa.

Nel far ciò l’autore prende in esame la misurazione dei crani nell’800 e lo sviluppo dei test d’intelligenza del 1900, nonché le ridicole correlazioni tra tratti fenotipici e capacità mentali che si sono succedute durante la storia, anche recente. Lo scienziato raggiunge le fonti primarie, utilizza i metodi moderni della statistica e prende nota di ogni possibile contraddizione, smascherando truffe clamorose o evidenziando interpretazioni tendenziose dei dati. Il risultato è che l’anima nera del pregiudizio salta fuori da ogni test, da ogni misurazione, da ogni ipotesi, da ogni tentativo di nascondere evidenze contrarie.

Si comprende così che ogni procedura per misurare l’intelligenza storicamente ha avuto come obiettivo quello di legittimare lo status quo imperante: aspirando all’ “ordine”, un ordine che assomiglia un po’ a quello della Repubblica di Platone, i vari studiosi hanno manipolato, coscientemente o incoscientemente, i dati a loro disposizione con l’intenzione di dare una giustificazione biologica alle differenze di classe, alla povertà delle “altre razze” e alle differenze sessuali nell’approccio al potere. Ogni possibile misurazione dimostrava, una volta opportunamente aggiustata, l’ipotesi iniziale del biodeterminismo: la donna, il negro e il povero hanno di meno perché la natura li ha forniti di minor risorse. Non sono i pregiudizi a frenarne l’ascesa sociale: la colpa è tutta dei loro geni “inferiori”.

Idee non solo fastidiose, ma sbagliate.

Il lavoro di Gould di  fronte a tutti questi tentativi è spietato e meticoloso, talvolta molto complesso e tecnico. Credendo sia nell’importanza dei geni che nei fattori ambientali, egli distrugge le teorie degli innatisti nella loro essenza, uscendo trionfante dal campo di battaglia con la speranza che la sua opera funga da vaccino contro le successive ondate biodeterministe, solitamente evocate da condizioni sociopolitiche favorevoli, eppure sempre basate sui concetti indimostrabili e sulle informazioni viziate dei decenni precedenti.

Ho il sospetto che, negli anni, la “forza scientifica” di tutte queste (mis)misurazioni delle mente umana abbia contribuito a rafforzare enormemente pregiudizi razziali, e non solo, da sempre popolari e diffusi. Personalmente, trovo abbastanza avvilente il fatto di dover ascoltare, di tanto in tanto, frasi o battute che sottendono l’inferiorità innata e immutabile di questo o quel gruppo. Alle mie orecchie queste affermazioni suonano come superstizioni dure a morire: sostenere che l’etnia A sia biologicamente inferiore a quella B ha la stessa portata scientifica dell’idea che il gatto nero porti sfortuna, o che lo specchio rotto significhi sorte avversa per sette anni. Purtroppo non c’è mai il tempo, né la voglia, di mettersi lì a discutere seriamente del nocciolo della questione: e se abbiamo avuto al parlamento un tale, Marcello Pera, che temeva “l’invasione dei meticci” in Europa, mi piace pensare che al mondo c’è gente come Gould (dall’interno, a priori) e Diamond (dall’esterno, a posteriori) che si è dannata l’anima per dimostrare l’inesattezza di tutti questi inutili (e dannosi) discorsi.

La diffusione di tutte le infondate teorie che Gould analizza ha portato a danni storicamente accertati, concreti, tangibili e dolorosi.

Per esempio, l’introduzione dei test del QI in America nel 1924 ha spinto il governo alla sterilizzazione degli “imbecilli” e degli “idioti” e all’Immigration Restriction Act, nel quale si vietava l’entrata negli Stati Uniti a gran parte degli emigranti provenienti da popolazioni “geneticamente inferiori” come italiani, slavi o neri. Questi avrebbero potuto corrompere il sangue statunitense con le loro menti sottosviluppate, con la loro inferiorità genetica, con la loro sporcizia, con il loro inglese patetico. Tra di essi avrebbe varcato la frontiera solo chi avesse dimostrato di possedere un QI sufficientemente alto. La storia dell’italiano medio che, dopo settimane di traversata oceanica, spesso in condizioni più che disagiate, sporco e stanco, arriva in America e deve sottoporsi all’istante ad un test d’intelligenza (spesso in lingua sconosciuta!), è ben narrata da una toccante scena del film Nuovomondo di Emanuele Crialese.

In Inghilterra i test d’intelligenza vennero adottati successivamente e andarono ad incidere in special modo sulla riforma scolastica, negli anni ’60, che introdusse l’ “11+”, un test che decideva inequivocabilmente se un bambino di undici anni potesse fare o non fare una certo tipo di carriera scolastica. Lo scrittore inglese Nick Hornby parla della sua tremenda paura di non superarlo, lui che voleva andare all’università, in Febbre a 90’.

Ancora, un caso umano tremendo legato alle tendenze eugenetiche americane degli anni ‘20 viene ricordato da Gould nell’epilogo del libro: si tratta dell’amara vicenda di Carrie e Doris Buck, di una sterilizzazione tenuta nascosta per una vita intera e dei traumi che ha provocato.

Infine, ho voglia di sottolineare che tra tutte le idee interessanti che Gould divulga, il libro (mi) presenta anche l’elegante ipotesi della neotenia, che a suo modo sferra un bel colpo a chi asserisce l’esistenza di differenze innate tra gruppi. Sorpresa: secondo questa sempre più probabile teoria, sono i gruppi, provenienti da un ceppo unico africano relativamente giovane, ad adattarsi alle differenze ambientali. E’ proprio questa caratteristica, la plasticità mentale comune, che renderebbe l’uomo il più evoluto tra gli animali.

“La flessibilità è il marchio dell’evoluzione umana. Se gli esseri umani si sono evoluti, come credo, in base alla neotenia, allora siamo, in un senso più che metaforico, bambini permanenti. (Nella neotenia i ritmi di sviluppo diminuiscono e gli stadi giovanili degli antenati divengono le caratteristiche adulte dei discendenti.) Molte caratteristiche centrali della nostra anatomia ci legano agli stadi fetali e giovanili dei primati: faccia piccola, cranio a volta e cervello grosso in rapporto alla dimensione del corpo, alluce non ruotato, foramen magnum sotto il cranio per un orientamento corretto della testa nella postura eretta, distribuzione di peli soprattutto sulla testa, le ascelle e l’area pubica. […] In altri mammiferi, l’esplorazione, il gioco e la flessibilità di comportamento sono qualità dei giovani, solo raramente degli adulti. Non conserviamo solamente lo stampo anatomico dell’infanzia, ma pure la sua flessibilità mentale. L’idea che la selezione naturale dovrebbe aver lavorato per la flessibilità nell’evoluzione animale non è un concetto ad hoc nato per la speranza ma un’implicazione della neotenia come processo fondamentale della nostra evoluzione. Gli uomini sono animali che apprendono.”

(Stephen Jay Gould, Intelligenza e Pregiudizio).