Modest Mouse & Sufjan Stevens

Due dischi piuttosto attesi sono in uscita.

A Carrie & Lowell di Sufjan Stevens ho già accennato qualche post fa, pubblicando il video del primo singolo estratto, No shade in the shadow of the cross. Nel suo complesso l’album è una raccolta di brani acustici dall’intimità ben piazzata in primo piano, sulla scia di alcune delle grandi canzoni che Sufjan ha composto in passato (John Wayne Gacy Jr, ma non solo). C’è un che di Nick Drake, in quest’approccio così soft eppure così lacerante, in questi arrangiamenti minimali, in questi sussurri di voce. Devo ancora dargli il tempo di maturare, ma la sensazione è che manchi un po’ dell’ispirazione che aveva materializzato i due precedenti lavori.

I Modest Mouse hanno composto lo stupendo The moon and antarctica, ed è dal momento in cui ho scoperto l’esistenza di tale album che li rispetto tantissimo. Il resto della loro discografia non è sempre convincente, ma Moon è qualcosa di spaziale e ambizioso e forse epocale. Li attendevo al varco, dunque, ma senza troppo ansia. Aggiungiamo che i brani presentati in anteprima non mi avevano proprio scombussolato: Strangers to ourselves aveva dunque buone probabilità di diventare un lavoro che avrei ascoltato e dimenticato in un paio di giorni. Eppure. Eppure questa improbabile miscela indie-funk-rock-pop-disco sembra funzionare, quando viene fruita all’interno dell’intera struttura. E c’è un certo fascino in tutta quest’urgenza comunicativa, una bellezza che non si fa cogliere nel breve termine. Un’intelligenza da scoprire. Strati da esplorare. L’introduttiva title-track fa molto Mellon Collie, The ground walks, with time in a box è libero circolare di dopamina, quella specie di ballad chiamata Coyotes assume i contorni dell’oggetto speciale, The best room mi ricorda a tratti quel brit-pop che mai ho amato ma qui ci sta benissimo, la chiusura di Of course we know è tragica poesia. Un sacco di roba eterogenea legata da fili invisibili. Ecco cos’è Strangers. In sintesi: potrebbe durare. E non l’avrei mai detto.

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There’s blood on that blade, fuck me, I’m falling apart

Dopo non si sa quanti utilissimi dischi di ultracattoliche canzoni di Natale e progetti e collaborazioni improbabili, torna (davvero) Sufjan Stevens. Carrie & Lowell arriva nei negozi a fine marzo e segue due dischi eccezionali come Illinoise e Age of Adz. Per dire che le aspettative non sono proprio basse. Il singolo (si chiamano ancora così?) è un atmosferico brano folk che fa immaginare un ritorno alle sonorità delle origini, dopo le elettro-sperimentazioni dell’ultimo album (serio).

Sarà un disco molto personale e intimo, come racconta Sufjan a Pitchfork.

Little someone in my own little Guernica

Madrid 2012
Piedi ammollo in giorno torrido nel centro trafficato di Madrid

Madrid fa parte di quelle città che ho visitato più volte e che in un modo o nell’altro comincio a sentire un po’ mie. Ricapitarci e arrendersi al suo caldo secco – puoi camminare chilometri senza sudare una goccia – mi fa sempre un buon effetto. Non è andata diversamente neanche stavolta. Keywords: gazpacho, vino, paella, Reina Sofìa, Prado, Retiro, perritos calientes, Picasso, cervezacervezacervezacerceza?, Mahou, fiesta de San Cayetano, Goya, mojito, El Greco, Bosch, Bruegel, barrio de La latina, Rastro, Cervantes, Toledo, crepes alla nutella, avete offerte sulle pizze?, Velasquez, Casa del Libro, tortillas. Eccetera eccetera.

A Madrid – e a Toledo, dove ho trascorso una giornata – ho letto Sostiene Pereira di Tabucchi, per diversi motivi adattissimo a questo viaggio (guerra civile spagnola, atmosfera latina e calda, prosa semplice, tascabilissimo, bla bla bla). Poi, presso la Casa del Libro che si trova in centro, ho preso The Great Gatsby in edizione Penguin: fa parte di quella roba considerata grandissima che ancora mi manca(va).

Tra gli ascolti su cui mi son soffermato di più ci sono senza dubbio The age of adz di Sufjan Stevens – che, ragazzi, è ufficialmente un capolavorone senza se e senza ma – e la compilation indie-psych-pop (qualunque cosa voglia dire) Ondadrops Vol. 6 di Ondarock. La leggera Spiraling streams, credo, sintetizza alla perfezione quest’ennesima puntata nella capitale spagnola.

Musica, musica… e il nuovo Queensryche

Tra gli ascolti più interessanti che ho fatto nelle ultime settimane ci sono:

The National di High Violet. Fa parte di quei dischi che hai lì da eoni e sai che non considererai mai più nemmeno di striscio. Perché i primi ascolti, no, non ti hanno convinto. Poi capita il giorno, l’ora, il minuto giusto. Quel disco si fa riascoltare. Per caso, solo per caso, s’incastra meravigliosamente nella circostanza. E allora ne scopri la bellezza, e allora pensi che sì, quelli che te l’avevano consigliato avevano ragione da vendere. High Violet, coacervo di perle nostalgiche (dark, new wave, post punk, etc: tutta roba che di solito non mi fa impazzire), si ascolta che è un piacere. Non un disco rivoluzionario, ci mancherebbe, ma ce ne fossero.

James Blake, di James Blake. Lo chiamano dubstep, anche questo. Rispetto a Burial è molto più atmosferico e rarefatto ma anche meno eclatante. Purtuttavia, l’atmosfera-urbana-alle-5-del-mattino-dopo-abuso-di-ecstasy-e-alcol-in-qualche-locale-non-proprio-elegante viene anche qui ricreata con buona maestria. E ogni tanto ci sta bene.

Age of adz, All delighted people e Illinoise, di Sufjan Stevens. Ripresi e riascoltati più volte. Grandi ed eterogenei lavori, capaci di regalare sorprese anche dopo diverso tempo (vedi la mia recente cotta per la dislessica e acida lunga improvvisazione di Djohariah).

Ukulele Songs, di Eddie Vedder. Non c’è la qualità e la capacità di sintesi che avevano reso il precedente Into the wild un piccolo gioiello acustico. Ma forse non è così noioso come m’era parso in un primo momento.

E poi già da diversi giorni sto ascoltando il nuovo Queensryche, Dedicated to chaos. Non starò a ripetere la solita litania sul fatto che i Queensryche non sono più i Queensryche da quando DeGarmo se n’è andato (cosa peraltro ovvia) né accennerò al fatto che la moglie di Tate – manager del gruppo, Yoko Ono degli anni 2000 – sta costringendo il marito e la band stessa a fare scelte piuttosto imbarazzanti e anche poco sensate dal punto di vista commerciale. Non affronterò questi temi perché ne parlano già in diversi sui vari forum dedicati al gruppo e già io in passato ho detto la mia proprio su questi schermi.

No, parlerò di musica.

Dedicated to chaos è una parziale delusione, e questo è certo. Ma non è così brutto come molti vi diranno. Non è così orrendo come molte recensioni vi faranno credere. Naturalmente è pessimo di fronte a Promised Land e a Operation:Mindcrime. Ciò è ovvio. Ma davvero qualcuno là fuori si aspettava che la band di Seattle potesse tirar fuori un disco su quei livelli? Suvvia, siamo seri.

Dedicated to chaos è una parziale delusione, ripeto, ma non è – per dire – neanche paragonabile all’ultimo disco dei Dredg – quello sì una schifezza immonda. Tant’è vero che se il lavoro dei Dredg è durato al massimo 4 o 5 ascolti, quello dei Queensryche è in loop già da una decina di giorni. Perché, nonostante tutto, presenta lo stesso qualche spunto interessante.

La produzione, innanzitutto. Sabato passato ho dovuto guidare per due ore buone (grazie mille, Prato, a te e alla tua funzionale viabilità), in solitaria, ed è stato un piacere ascoltare ad alto volume un disco che suonava così bene, anche nell’autoradio. Strumenti distinti, chitarre vigorose, suono di batteria incredibilmente dinamico, voce ben resa.

Poi, la sezione ritmica. Da tanto tempo non sentivo il duo Jackson/Rockenfield così in forma e così creativo.

E infine, la voce di Tate. Che Tate abbia perso quei tre o quattrocento livelli di profondità dai tempi di Promised Land è piuttosto evidente. Eppure qui recupera qualcosa, rispetto alle ultime uscite. E su pezzi come Big Noize – superba chiusura del disco – fa ancora la differenza.

E le note negative, vi chiederete? Un migliaio circa. Dai testi, spesso orrendi, alla forzatissima semplificazione del messaggio (titoli corti, canzoni che parlano d’amore o di sesso, nessun filo conduttore tra un brano e altro) fino ad arrivare, naturalmente, all’ispirazione non certo eccelsa che caratterizza gran parte delle canzoni – e qui si torna all’assenza di DeGarmo in fase di scrittura. Tutta roba che sì, ti dà parecchio da pensare. “Non sono più i Queensyche”: sì, lo so, grazie. Lo so.

Dedicated to chaos esce in due versioni, una da 12 brani e una da 16 (io ho ordinato quest’ultima per un bieco discorso quantitativo), ed è stato prodotto per essere acquistato (anche) canzone per canzone, il che rappresenta una sorta di reazione alla complessità e alla pesantezza concettuale del disco precedente, American Soldier (così come Empire lo era stato per Mindcrime e Hear in the now frontier lo era stato per Promised Land).

Un disco brutto? No. Ma forse un disco insufficiente. La verità è che su 16 brani ce ne sono almeno tre imbarazzanti (Around the world, Wot we do, Got it bad) e altrettanti almeno bruttini. Il resto va dal passabile al buono. Con qualche fulmineo – raro e prezioso – momento di ottima musica.

Dal momento che l’album è stato pensato come collezione di canzoni, come prodotto che può essere manipolato a piacere dal fruitore, io ho creato una mia personalissima tracklist, togliendo le parti più indecenti e cercando di farne un prodotto rock più compatto e credo migliore. Come sonorità siamo dalle parti di Hear in the now frontier e Q2k, ma qui la produzione è più ricca e sono inoltre presenti arrangiamenti più variegati e moderni. Nella tracklist ci infilo anche la sdolcinata Broken, la quale sconcerterà i più ma che alla lunga non mi dispiace.

1 – Get Started

2 – Hot Spot Junkie

3 – Higher

4 – Retail Therapy

5 – At the Edge

6 – Broken

7 – Drive

8 – Luvnu

9 – I Take You

10 – Lie

11 – Big Noize

Questo, credo, sarebbe un disco almeno discreto.

Sufjan Stevens: The Age of Adz

Può un musicista starsene fermo per anni e poi, come colto da raptus creativo, pubblicare due dischi – uno più bello dell’altro – nel giro di un mese? Può. E Sufjan Stevens l’ha appena fatto. Dopo il sorprendente ‘ep’ All delighted people, il giovane artista americano fa uscire infatti l’attesissimo The Age of Adz. Un album con cui spiazza tutti. Ancora una volta. E su cui avrei mille cose da dire. La prima che mi viene a mente è che questo è in pratica l’unico disco che ho ascoltato nell’ultimo mese. La seconda è che – occhi spalancati – ancora non credo di esserne venuto del tutto a capo. La terza, conseguenza necessaria della seconda, è che ogni volta The Age of Adz sa sorprendermi in qualche modo suo. Con la sua elettronica vintage. Col suo songwrinting brioso. Con i suoi arrangiamenti curatissimi. Con la sua ambizione.

Drastica svolta rispetto ai tempi del più folk Illinoise. Qui si cerca di andare oltre alla forma canzone, tendendo a composizioni a più ampio respiro (senza voler bestemmiare, un paio di brani mi ricordano strutture alla Gershwin – ma fatto d’ecstasy), si prova a dare più sostanza alle onnipresenti melodie pop. Di allora rimangono alcune influenze gospel e musical, certo. Ma sono seppellite da tonnellate di vecchia elettronica, dai rimandi ai Pink Floyd e ai Radiohead, dalle aspirazioni progressive, da qualche sana sveltina con i mondi dubstep (ma è solo l’autotune della lunga – 25 minuti – Impossibile Soul che mi rimanda ai fantastici Burial), da orchestrazioni acidule, da passaggi cinematografici e da mille altre cose. A volte c’è, perché c’è, l’impressione che Sufjan voglia strafare ma, in generale, il lavoro è più che promosso. Sicuramente non la solita musica. (Fucking around).